Flavio Vacchetta su "la gioia elementare" di Ivan Fedeli
- almanacco
- 20 set
- Tempo di lettura: 3 min

Ivan Fedeli, la gioia elementare, Pellegrini Editore, 2025
La poesia di Ivan Fedeli dedica tanta attenzione ai piccolissimi dettagli della vita quotidiana e ne sa trarre sempre un senso, per quanto provvisorio o precario.
Vuoi le sigarette poi dice e guarda
di fuori pozzanghere e strade quasi
restasse intatta ogni cosa ogni cosa
morisse di meno in tal modo. Anche
noi allora tu pensi anche le fermate
dei tram le facciate ocra dei palazzi
di lato le nuvole in alto le nostre
parole già andate i silenzi le cose.
Appare chiaro anche in questi versi vibratili: com'è difficile abbandonare le cose, accomiatarsi dal reale, anche perché gli oggetti, i fenomeni, ciò che è tangibile, sono il nostro appiglio all'esistenza e, come si dice, non esisterebbe una vita interiore senza ciò che proviene dai sensi (o forse sì, ma qui non abbiamo pretese né filosofiche né tantomeno scientifiche).
E così il soggetto di questi versi ("Tiziana") guarda ogni cosa quasi così imprimendosi morisse di meno. In fondo è anche questa una primigenia attitudine poetica.
Il senso del tempo è nelle cose tanto quanto in noi. E non solo: le cose, come i nomi a caso presso i citofoni, stanno lì silenziose in attesa che qualcuno le nomini e dia loro voce; in attesa che qualcuno le adoperi e le faccia vivere. E' un mutuo scambio tra noi e questo popolo silenzioso.
La stessa felicità "la insegnano forse / i gerani", "forse appartiene alle cose", che si incasellano in scatole, quelle del "trasloco", dove possono risiedere a lungo, compresse, mute, immobili, eppure presenti. Bellissima allegoria quella del trasloco.
In mezzo, coordinate culturali, autori, sotto forma di tomi da trasportare (fra tutti le piccole cose di Gozzano), di frequente intertestualità, e sprazzi di natura generante, nemmeno questa immobile, esprimendosi per esempio nella motilità incessante del fiume Lambro.
Lo stile pure fluisce senza sforzo, quasi in litania, priva di virgole, che inclina all'endecasillabo, o quantomeno a versi attorno alla misura canonica.
"Non dimenticheremo nulla vero?". Si va "numerando ogni cosa / affinché non si perda", la si classifica, la si contempla; qualcosa portando, talaltra lasciando.
"Quella protesta muta di acqua e fango", "Il silenzio del Lambro", un'altra metafora della vita, con i suoi affioramenti in certo modo carsici, ma solo perché soffocato nel panorama cementizio. Tutt'attorno o sopra, ancora, le cose della vita, che semplicemente esistono, accadono, ma ancora, talvolta, meravigliano. Anche le persone si inscrivono in questo paesaggio, in particolare nella sezione "Gli inadatti", tra malinconici scorci urbani e istanti di modesta felicità.
A volte le indicazioni topografiche sono molto precise; come nell'Infinito di Leopardi c'è una dialettica tra la definitezza del qui e ora (rinvenibile in quel caso negli aggettivi dimostrativi) e l'indefinitezza dell'oltre e del lontano, così qui c'è uno scarto tra la precisione delle indicazioni urbanistiche e l'oltre di lontani punti di fuga, tra gru, impalcature, palazzi e svincoli.
Figure umane si affacciano per un istante a finestre immaginarie tra isolamento ed evasione, percorrono scale quasi escheriane. Pure i passeri, le rondini o i gabbiani non si sa se siano diventati cittadini tra queste ombre terricole o se siano ancora i messaggeri di un altro mondo, come l'albatro che anche il cuneese Giorgio Federico Ghedini contribuì a immortalare nel suo Concerto.
Eppure il panorama non è così grigio e scorante, perché la felicità, sebbene "abusiva", può comparire ovunque e in qualsiasi momento; e c'è un qualche afflato comunitario che salva e riunisce queste umane traiettorie pur isolate, e poi qualche accenno al discorso generazionale, e soprattutto i versi dedicati alla famiglia, dubbiosi e cogitabondi ma affettuosi.
In fin dei conti lo sguardo s'estolle verso il futuro, e così gli ultimi versi suggellano l'opera cercando di decifrarne i segni, fra alte mura, tetti, comignoli e antenne: "come nello sguardo gli àuguri un tempo / a carpire il volo alto degli uccelli".



























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