Techno Bit, di Roberto Chiapparoli

Roberto Chiapparoli, Techno bit, puntoacapo Editrice, pp. 80, € 15,00

di Mauro Ferrari

Techno Bit, a cui al definizione “libro di poesia” va decisamente stretta, è una raccolta originale, coraggiosa e importante, che prende di petto – ma lo fa con le armi dell’intelligenza e della sapienza poetica – alcuni dei temi centrali della riflessione sul contemporaneo, che sia o no Post. Una riflessione che non sarà per nulla strano trovare in poesia, se è vero che tante voci (le migliori diciamo) si interrogano sul senso della modernità in tutte le sue accezioni e diramazioni, sia saltando a pié pari l’autobiografismo tanto di moda, che riuscendo ad inserirlo in un discorso più ampio ed oggettivato.

I vari testi che sulla facciata sinistra compongono la raccolta sono accostati ad una traduzione in inglese e ad una tavola grafica sulla destra che dà strutturazione e forma grafica all’idea centrale del testo, accostando e facendo collidere forma letteraria e forma grafica, ma soprattutto la tradizione umanistica della poesia con la modernità visuale di Excel e internet. Proprio qui mi pare risieda la strutturazione profonda del libro, che si fonda sulla dicotomia, sull’attrito e sulla contraddizione probabilmente insanabile che attraversa tutta nostra vita e la cultura, e che emerge sin dai primi testi, che affrontano temi pregnanti, come ad esempio:

Borders (p. 10): sul modo in cui siamo tutti sì connessi e globali ma anche isolati, protetti da confini di terra e di mare, muri e definizioni. Concetto ripreso a p. 16.

Password-Personality (p. 11): sulla contraddizione stridente fra vite reali e identità virtuali, protette dal muro delle password.

Robotica-Reddito (p. 12): sulla contraddizione fra reddito di cittadinanza ed economia in nero.

Password-Personality (p. 14): sulla maniera in cui la personalità, sempre più a rischio in una società massificata in cui siamo consumatori più che cittadini (v. 12), viene “difesa” strenuamente da innumerevoli password. Tema che ritorna, come si vede, qui e ad esempio a p. 20.

Resistenza-Reale Virtuale (p. 18): Sulla tragedia dei giovani che, con tutta la tecnologia apparentemente “democratica” a portata di mano, trovano un contesto sociale ben poco “accogliente” – ma anche sull’esigenza di ribellarsi, o quanto meno fare resistenza in un mondo in cui «guardiamo il presente in uno specchietto retrovisore. Arretriamo nel futuro» (Marshall McLuhan). «La società dello spettacolo» che Guy Debord teorizzava nel 1967.

E quello della resistenza è un po’ il punto chiave del libro. Resistenza soprattutto all’informatizzazione della società, che diventa (più che occasione di progresso tecnologico e sociale) fattore di controllo e castrazione anche attraverso l’onnipresente spettacolarizzazione della cultura (l’intrattenimento di p. 32), ma anche alla perdita dell’identità personale e collettiva all’interno dell’infosfera (p. 40); fattori che generano un “uomo nuovo non percettivo, / ... nell’eterno presente” (quindi senza memoria, senza passato). Segnalo poi, perché è un tema, anzi una immagine che mi è cara, il concetto di p. 54.

Certo, si potrebbe continuare per ciascuno dei testi, e domandarsi se tocchi proprio alla poesia dare risposte. Certamente no. Ma se la poesia oggi ha un senso, io credo che questo stia nel formulare domande e problemi in modo nuovo perché creativo. Poesia quindi come prima istanza del pensiero, ancora sospeso tra pulsionale e logico, prima della sistematizzazione che toccherà ad altri specialisti; e deve essere un pensiero a suo modo specialistico, che è orgoglioso della sua forza, che osa balzare oltre il muro, puntare il dito e al limite urlare forte – con le armi specifiche della poesia, che oggi come non mai non deve accogliere in modo acritico l’eredità stilistico-espressiva del passato, fatta di decoro formale e formule fisse; anzi, oggi la poesia è obbligata a fare questo – pena la sua riduzione (ulteriore) a svago innocuo, come far volare aquiloni o trenini elettrici.

Roberto Chiapparoli sceglie questa forma ibrida, e soprattutto scarta a priori l’ipotesi lirico-minimalista, per tuffarsi in un linguaggio che mima la realtà prosastica che ci circonda e ingolfa: credo che il poeta stia sacrificando quel pegno di bellezza esteriore che fa parte, è vero, della tradizione artistica, per rischiare – in quella stretta e scivolosa zona in cui l’urgenza del dire costeggia il rischio della caduta lungo il crinale della comunicazione di realtà oggettive, anche utili, ma che non richiedono per nulla la poesia.

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