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Paolo Artale Per Faglie, di Alessandra Pellizzari (puntoacapo Editrice)

  • almanacco
  • 24 mar 2020
  • Tempo di lettura: 1 min

Durante una delle tante riletture di Faglie di Alessandra Pellizzari, inevitabilmente ho sentito la necessità

di scriverne, dato lo spessore del testo e comunque fermandomi sulla soglia delle impressioni.

Un libro di “fratture”, come ci avverte il titolo e una di queste è appunto la parte dei sonetti, dieci in tutto, (che tra l’altro rappresentano una forma poetica visitata, tranne alcuni pochi, raramente dai poeti attuali)

sulla quale ho indugiato maggiormente-fermo restando che tutti i testi siano di alto livello- anche un po’ timoroso di “isolare” questa sezione a discapito delle altre.

Cito quindi:

<<…acido di palpebre che intride/ la parola infranta nelle vene./ Dalla parola nasce il furore/ che assapora il verso, e decide.>>

Credo che da qui, da questi versi, a mio parere, possa nascere la parola poetica: l’immagine che attraverso lo sguardo ritrova la parola, la forma, le dà vita: scrittura.

Libro complesso dove la parte dei sonetti esprime una musicalità perfetta, nonostante la densità e l’enfaticità che alcuni passaggi offrono; e la natura, mi piace pensare, sia ancora una volta il termine del dolore e la pronta cura.

Anche negli ultimi cinque testi del volumetto, lo sguardo è fondamentale nel poi tradurre l’immagine dell’istante unita al ricordo.

Potrebbe il lettore, eventualmente, tentare l’ardua ricomposizione delle “fratture”, lembi delle quali riconoscibili nel nostro o in altro possibile universo.

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