M. Ferrari su M. Marangoni e A. Maugeri: due note (puntoacapo, Collana Ancilia)

Quale è l’impressione – per nulla fuggevole, ma anzi forte e duratura – che mi ha lasciato la lettura del grande libro di Marco Marangoni, Sentimentalissima luce? L’autore nella Nota finale spiega come un evento tragico ne abbia minacciato la coerenza della struttura globale, ma io credo che l’effetto sia stato quello di portarla a un livello più alto. La raccolta presenta una struttura di sistole e diastole, ripiegamento in sé ed apertura verso il mondo, che si fa scrittura passando dalla fase intima, del raccoglimento e della memoria passando per ciò che Wordsworth chiama emozione raccolta nella quiete (che poi è una operazione altamente fervida e intellettuale). È un camminare verso un bosco, un aprirsi alla luce, il “richiamo di un fondo” (p. 10) di qualcosa che “si impiglia / al confine / della lingua” (p. 11) e a cui si approda”. Poesia come conquista, quindi, anche di un equilibrio. Non che la poesia possa medicare quella ferita originaria da cui scaturisce secondo Deleuze la scrittura, ma è chiaro che per Marangoni il momento effusivo è occasione (e qui torna Montale, ben presente in tanti lacerti) di comprensione e vita.

Poeta intriso di filosofia (quella viva, appunto, che fa pensare,m che pone domande e stimola il pensiero, Marco si inoltra nel mondo, accoglie la difficoltà dell’oscurità che ci rende con domande, frane sintattiche, sospensioni, dislocazioni di un verso che però segue sempre una logica e non si rifiuta mai al senso, anzi punta al senso e lo crea, “per diramarci in coscienza e nel mondo” (p. 42). Anche le assenze e le distanze quindi diventano occasioni di dialogo con sé e la realtà, con le ombre del passato e degli affetti. Di nuovo, un grande libro.



Lo stupore e il caos di Angelo Maugeri è libro di grande varietà, non solo di accenti e stili, ma anche di modalità di approccio al mondo. Di volta in volta il poeta lo affronta con afflato lirico, o con gli strumenti del pensiero filosofico e persino ironico, sempre alla ricerca di un senso sfuggente, nascosto nelle pieghe dei sensi che accolgono la realtà, della nostra mente che la elabora e del linguaggio che la esprime. “Noi non chiamiamo / le cose come sono”, ci dice Maugeri (In realtà, p. 26), riprendendo L’uomo dalla chitarra blu di Wallace Stevens: e non perché abbiamo la libertà dell’artista di reinventarlo (o non solo per quello), ma perché ci scontriamo con i nostri limiti, e quindi ci accomodiamo a vedere le cose “come la vulgata ci dice che sono. / Un inganno tira l’altro”.

Giancarlo Pontiggia, nella canonica Nota in quarta di copertina, parla di “grazia” e “vertiginosa limpidezza”, di “pacata solennità”, arrivando mi sembra al cuore dell’idea di poesia e di mondo di Maugeri. Un modo di accostarsi alle cose con rispetto, con la mente aperta per coglierne i barbagli di significato. “Enigma irrisolto, enigma e affanno” chiosa Maugeri (p. 90). Lo stupore di fronte al mondo, appunto, nasce dallo scontro con il mistero di una epifania sempre sfuggente, di una realtà che la scienza moderna ci dice dominata dal caso più che dalla necessità, dall’indeterminato, dall’indecidibile. Di fronte a cui la nostra mente può trovarsi a brancolare nel caos.




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