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Marco Beck, Un cuore di pigne


La notte tra il 24 e il 25 dicembre si è posata su un grande altopiano del Trentino meridionale. Il clima è eccezionalmente gelido, almeno in rapporto alla temperatura media degli ultimi inverni caratterizzati dagli effetti del cambiamento climatico. Una copiosa nevicata ha ammantato l’altopiano fioccando senza soluzione di continuità dall’alba dell’Antivigilia al primo pomeriggio della Vigilia. Su tutto il territorio si stende uno strato compatto di neve fresca con qualche striatura di ghiaccio.

Mancano pochi minuti allo scoccare della mezzanotte. Una piccola processione sta avanzando lungo il tracciato appena distinguibile di un sentiero che, superato un ripido pendio, sbocca su un pianoro. Lì si espande l’area del Soldatenfriedhof, un cimitero militare dove sono sepolti, a quasi milletrecento metri di altitudine, settecentoquarantotto soldati dell’Impero austro-ungarico morti durante la Prima guerra mondiale, combattendo su questo fronte contro l’esercito alla fine vittorioso del Regno d’Italia: appartato luogo di memoria e di preghiera, santuario della riconciliazione tra popoli europei nel nome dell’unico Signore. Dalla spessa coltre nevosa spuntano, adesso, solo le cuspidi dei cippi cruciformi svettanti sulle tombe schierate con geometrica equidistanza, in formazione ortogonale.

Il sentiero costeggia un tratto della palizzata di recinzione, poi s’impenna verso una cappella situata a un livello leggermente superiore. A percorrerlo, con faticosa tenacia, sono cinque persone. Incombe su di loro l’immensa cupola di un cielo favolosamente tempestato di palpitanti puntini luminosi, in parte eclissati da un glorioso plenilunio. I cinque pellegrini di Natale sono equipaggiati con il caldo, confortevole abbigliamento dei praticanti di sport invernali. Ai piedi, però, non hanno sci: agganciate agli scarponi portano pratiche ciaspole che evitano loro di affondare nello spessore della neve. Non sostano davanti al cimitero. Proseguono silenziosi in direzione della cappella.

Capofila del gruppetto è un uomo anziano ma ancora vigoroso, che fa da apripista ai suoi compagni con una torcia elettrica protesa a sciabolare le tenebre; sulla schiena una gerla, in spalla una vanga. Lo segue, munito di zaino, un giovane con gli occhiali che ogni tanto si ferma e si volta ad aiutare, in certi passaggi critici, una giovane donna impegnata a trasportare con precauzione un oggetto discretamente voluminoso contenuto in un marsupio. Di loro si dice, giù in paese, che siano l’uno italiano, docente universitario, l’altra austriaca, insegnante di pianoforte e concertista. A qualcuno risulta che si siano sposati l’anno scorso e che vivano alternando la loro residenza tra Milano e Vienna. Chiudono il drappello un ragazzo e una ragazza dall’aspetto di nativi dell’altopiano. Con una mano impugnano anch’essi una torcia, mentre con l’altra reggono ciascuno un borsone capiente.

Arrivati in cima al modesto rilievo su cui sorge la cappella, i cinque compagni di ascensione eseguono una serie di operazioni coordinate. L’anziano comincia a spazzare via con la vanga, coadiuvato dai due ragazzi, la neve che si era accumulata davanti all’ingresso dell’edificio. Liberato quello spazio, estrae da una tasca un mazzo di chiavi, ne sceglie una in particolare, la infila nella serratura di un grosso lucchetto e apre la vecchia porta cigolante, con un gesto che sembra attribuirgli la funzione di custode del complesso cimiteriale. Varca la soglia e, dopo aver fissato le tre torce ad altrettanti ganci, così da illuminare quasi a giorno l’angusto ambiente interno, fa segno ai ragazzi di entrare a loro volta.

La ragazza preleva allora dal suo borsone e va a collocare accanto all’altare, sulla sinistra, una statuetta di media grandezza, riconoscibile come un prodotto di artigianato gardenese: raffigura una Madonna valligiana, con un viso non straordinariamente bello ma irradiato da un sorriso accattivante, genuflessa in atto di gioiosa adorazione. Sulla destra, in posizione simmetrica, il ragazzo sta sistemando un’analoga figura scolpita nel legno della Val Gardena: un san Giuseppe robusto, bruno di capelli e barba, iconicamente inconciliabile con lo stereotipo devozionale del buon vegliardo immerso in un’estasi sognante, non tanto padre quanto nonno putativo. Tocca quindi al giovane dall’aria d’intellettuale scaricare il contenuto del proprio zaino, consistente in una provvista di pigne d’abete, più o meno una ventina, che si china a disporre con preciso impianto figurativo su uno strato di muschio, soffice tappeto steso in precedenza sulle pietre del pavimento, fra le statuette di Maria e Giuseppe. A coronare l’allestimento di quell’essenziale presepe provvede la giovane donna. È lei che dal suo marsupio fa emergere un terzo elemento, di fattura parimenti artigianale ma di qualità squisitamente artistica: un roseo simulacro di Gesù Bambino, confrontabile in qualche modo con la creaturina che già da alcuni mesi abita nascosta in quell’addome femminile, rendendolo dolcemente concavo. Ed è ancora lei che con materna delicatezza adagia il piccolo Messia, quasi fosse il suo stesso figlio nascituro, nella culla predisposta dal marito, il cui bordo coincide con un cordone di pigne accostate a disegnare l’immagine di un cuore.

Esauriti i rispettivi compiti, i quattro giovani presepisti rimangono immobili, assorti, concentrati nell’ascolto del silenzio cosmico diffuso tutt’intorno alla cappella. Intanto il presunto custode si è spostato dietro l’altare, sul quale posa una pisside, un calice, due ampolline e un messale sgorgati dalla sua gerla. Da sotto il giaccone sfila una stola che dal collo e dalle spalle fa discendere sul petto. Grazie a quel paramento sacro si rivela in maniera ormai inequivocabile come un sacerdote, un prete montanaro pronto a iniziare una celebrazione eucaristica.

È trascorsa appena una manciata di secondi, quando dalle tre principali chiese dell’altopiano risuona, ripercuotendosi con gigantesco effetto d’eco contro i versanti dei monti che circondano la vasta conca ondulata, un festoso scampanìo. E si direbbe che siano le campane stesse a intonare in due lingue (con andamento incrociato, discendente dalla sconfinata volta celeste e ascendente dalla piattaforma del Soldatenfriedhof, innevata e inargentata dalla luna) l’inno dell’esultanza angelica: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore – Ehre sei Gott in der Höhe und Friede auf Erden bei den Menschen seines Wohlgefallens.

Le ultime note di quel concerto sospeso fra la terra e il cielo si vanno a poco a poco affievolendo. Finché si estinguono. Ecco: è Natale. Il sacerdote traccia un ampio segno di croce e scandisce in latino, l’universale linguaggio millenario della Chiesa, la formula introduttiva della Messa: «In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti».

Nella Notte Santa, là sull’altopiano, in una solitaria cappella che sovrasta una necropoli di corpi sommersi ma di anime forse salvate, è nato di nuovo il Figlio di Dio. Ancora una volta rinnova all’umanità intera la sua illimitata offerta di amore e perdono, di giustizia e pace. Spalancando le sue esili braccia, nude e indifese, dentro una culla a forma di cuore.


Marco Beck

Natività del Signore 2022







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