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Emma Pretti, Giampiero Neri (1927-2023)

" La lezione dei sentieri..."


Di Giampiero Neri recensii nel lontano 2016 sulla rivista Hebenon una sua breve silloge, quasi una plaquette. Lo feci con poca attenzione e quel po’ di spocchia tipica della poetessa giovane e troppo sicura di sé. Me ne pento - La vita e il tempo insegnano l’umiltà, ed è un bene. Ma ricordo chiaramente di aver definito il suo breve libro come ” La lezione dei sentieri…” e quando mi scrisse, confessò che la definizione lo aveva colpito. In questa Lezione dei sentieri rientra senz’altro la modestia, la riservatezza, la discrezione. Tutte doti invece che Giampiero Neri non ha mai dovuto imparare perché gli erano innate; appunto per questo un poeta considerato un caposaldo del realismo lombardo ha vissuto nell’ombra e conquista la ribalta soltanto ora, nel momento della sua dipartita.

la poesia non si fa con la poesia” è una delle sue affermazioni più incisive e illuminanti, la poesia si fa con la realtà che ci investe continuamente come un camion dai freni rotti e non ha bisogno di complesse sovrastrutture per prendere vita, risplendere di abbagli e miraggi, così come di insegnamenti; per questo i suoi componimenti sono stupendamente privi di effetti speciali, metafore e abbellimenti, e insegnano ai cercatori di scolastiche epifanie come riuscire a cavarsela anche con poco, con quasi niente. E’ risaputo comunque che raggiungere l’essenzialità è prerogativa di pochi.

Non amo le divagazioni prolisse sulla poesia, preferisco leggerla. E’ il motivo per cui di seguito presento alcuni dei suoi ultimi inediti. Scoprire un poeta che seduto su di una panchina discute con un disoccupato del filosofo Lao-Tse è argomento poetico piuttosto singolare.

Qualcuno potrà avanzare delle riserve sull’impostazione troppo prosastica, sul dettato scarno e sobrio, pacatamente colloquiale; queste contestazioni segnalano un atteggiamento settoriale che non mi trova d’accordo, dal momento che per sua natura la poesia trapassa di forma in forma, addirittura osando saltare di specie in specie nel tentativo di rinchiudersi dentro a un simbolo che stringa sempre più da vicino l’assoluto, azzerando ogni altra possibile divagazione. La poesia non è quella che fa parlare molto di sé, ma al contrario una raggiunta espressione che lasci senza parole. Partendo da questi presupposti è evidente che in Giampiero Neri l’estrema concisione del narrativo e le sue virate conclusive trasportano innegabilmente dentro una struttura, una dimensione forse non lirica ma decisamente indifferente ai richiami logici e perciò poetica, perché capace di aprire verso spazi di riflessione intensi e inattesi.



PIAZZA LIBIA


Sulla scena di piazza Libia, con le sue piante, i cespugli e quei platani in doppia fila che fanno corona, è facile incontrare un personaggio, un uomo sulla cinquantina, disoccupato in apparenza, di nome Giovanni che vive della benevolenza altrui. È quasi leggendario per il talento, l’eloquenza e anche la saggezza. Non ha fissa dimora. Per ogni evenienza, durante il giorno, fa capo al giornalaio, che dice di lui: “È puerile, un immaturo”.


*

Di solito è seduto su una panchina. Gli offro un caffè e parliamo un po’. Ho citato un verso di Lao-Tse, il filosofo noto anche per l’oscurità dei suoi testi. Il verso dice: “Sebbene illuminato, apparir come scemo, è questo il segreto essenziale”. Lui ha detto subito: “Ma è una difesa”. In tanti anni che lo leggo, io non c’ero arrivato.


*

D’abitudine è intento a giocare a sudoku. Nel cerchio dei platani di piazza Libia era passato una volta anche un campione di quel gioco, che aveva notato Giovanni e l’aveva invitato a fare una partita. Lui aveva accettato. Me ne parlava un giorno che andavamo a prendere il caffè. Mi diceva: “Ma io non gioco per vincere, gioco per passione, mi diverto”. E infatti, aveva vinto.



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