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Maria Benedetta Cerro, Su Vicende e chiarimenti di Carlo Giacobbi

Qualora si cercasse un primo indizio di lettura nel titolo “Vicende e chiarimenti” il suggerimento sarebbe nell’avvicendamento, di fatto nel cammino, che ogni vissuto palesa nel suo farsi.

Il chiarimento dice che sì, di un viaggio esistenziale si tratta, ma “reinventato”, come acutamente rileva Mauro Ferrari nella nota in quarta di copertina.

Una fedeltà agli eventi, ma non un racconto, piuttosto un’attualizzazione dei momenti, che si leggono con totale partecipazione e sensazione di freschezza emozionale.

Un filo ben visibile, ovviamente rosso, lega le pagine, i versi, gli avvenimenti, i personaggi. Si tratta delle stagioni della vita, scandite dal tempo e dalla memoria: l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza, l’inizio della maturità, ravvisabile nel salto generazionale, che è la nuova infanzia, osservata dal punto di vista della genitorialità.

Ma nulla sa di un trascorso nostalgico, piuttosto di una persistente, connaturata, esuberante vitalità, caratteristica dei giovani e giovanissimi di ogni tempo.

L’elemento che subito colpisce e connota i quadri, che di volta in volta si rappresentano, è il linguaggio. Immediato, tipico di una gioventù inquieta, quella dei nostri giorni, ma che richiama e quasi ricalca, pur nelle diversità temporali e nelle modalità, certi modelli, definiti in tempi diversi “gioventù bruciata”, beat generation, o bohèmiens, ma che poi, al di là delle etichette è la gioventù tout court, quella dei conflitti generazionali e sociali, della pretesa di cambiare il mondo, della ribellione – a volte autolesionista o violenta – più spesso semplicemente assetata di vita, disposta a donarsi totalmente, a sacrificarsi, a sperimentare l’oltre, forzando limiti e infrangendo barriere.

Il linguaggio è, in questo senso, distintivo e di riconoscimento.

Ma cosa accade, quando il rifiuto, l’inquietudine persistono oltre un tempo definito “nella norma”, quando la fame d’aria, di spazio, l’urgenza di vita, continuano a premere, ad alimentare un’interiorità inquieta?

Non ci vuole molto a riconoscere che il poeta, l’artista e ogni autentico spirito creativo conservano per sempre la loro cifra identitaria, cioè l’amore e il furore che nell’età adolescenziale conoscono il massimo dell’espressività e della manifestazione, anche esteriore. Quella totalità che non conosce mezze misure. Chi ha in sé queste caratteristiche, le conserverà, sarà parte per sempre di quella stagione, perché non si tratta di un atteggiamento, di un andare dietro le mode, ma di un modo di essere e sentire quegli impulsi vitali.

Si è unici per natura, sicché anche dell’infanzia, Carlo Giacobbi non evidenzia la spensieratezza, ma le impressioni : “luce d’opaca perla”, “i muri narranti”, “la polvere del sole”, “l’altezza oscura della veste”, “le albe di S. Antonio”; le sensazioni: “quella stranezza d’avvenire”, il “calmare la rosa in petto”, “quella malavoglia del respiro”, la solitudine “col suo allungo di lumaca”, il “crescere di un’aria che non si afferra” e “fulmini di nervi” e “soprassalti”; gli oggetti muti e fermi ad un tempo che ancora duole. la “fruttiera” dei nonni, “la bambola cieca a un occhio”, il “sussidiario” per “ripetere la pagina ignorata / finché a memoria la mandassero anche i muri”; le passioni: il campetto, la maglia “sfoggio del numero all’appello di schiena pronunciato”.

Un’infanzia in cui emozioni e riflessività prefigurano un’età “vattelappesca”, in cui confluiscono in un amalgama indistinto, realtà, quotidianità, gergo, musica, sport, letteratura, ma in cui si riconosce e prevale l’appartenenza al gruppo “combriccole bell’e fatte / per radice di sangue o altre ataviche aderenze”. Un tempo di trasgressioni, di fuoco dell’iniziazione, di angeli dannati “fogna / e firmamento in equa attrattiva”, di “rapide nel sangue, aria matta d’elettricità / per quelle fioriture che dagli occhi ci andavano / allacciando”.

Un tempo in cui tutto è l’indizio di Dio, babilonia di firmamenti, iato d’un che d’irrisolto”. Tempo di eccessi e di “rimbambimento”, ma “viverlo fu nascere davvero, aprire il petto a campi di lavanda / albe d’allodole”. Testi molto belli ed esemplificativi della condizione di quegli anni sono: “Avrebbe baciato anche i lampioni”, “Siamo qui”, “Tu almeno il fegato ce l’hai”, versi nei quali anche il linguaggio fiorisce di idiomi tipici o gergali, interessanti anche dal punto di vista sociologico.

Ma “tutta la vertigine dell’infinito / negli anni luce d’apnea / tra l’ultima doglia e il primo pianto” segna inequivocabilmente un cambio di passo.

E’ la vita che improvvisamente svolta: tra il proprio smarrimento infantile e un “Ho paura”, pronunciato da una nuova infanzia, è quasi trascorsa un’esistenza.

Ora i versi tenerissimi e sgomenti che nascono pongono nuovi interrogativi, chiedono “Se indugiare in quello strappo o più voltarsi / e pensare ad altro”.

Non c’è risposta se non “genuflettersi per capire il mondo a quell’altezza” riappellarsi al proprio e accudire il nuovo, ma con il privilegio di quello spirito che non muta, che sa parlare a tutte le età, che tutte in sé le soffre e le comprende.

Lo spirito dei poeti, dei giovani, degli angeli dannati.



Castrocielo, 15/01/2023 Maria Benedetta Cerro



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