Mauro Ferrari, Oggi e la poesia

Oggi – nel tempo in cui tutto è “di ultima generazione” e “definitivo”, e in cui ogni spazio personale tende ad essere immediatamente e inevitabilmente globale – cosa può dare la poesia, o meglio cosa possiamo chiedere noi alla poesia? Non certo di ricreare un anacronistico spazio di divertissement intellettuale per classi colte: oggi che l’alfabetizzazione di massa ha creato anche il suo rovescio, una cultura di massa livellata verso la più bassa spettacolarizzazione azzera quegli spazi di alterità e differenza che portano avanti i limiti del dicibile e del pensabile; né la poesia può costituire l’ambito per la cruda “sperimentazione” sul linguaggio che tanto piace agli epigoni di una visione della poesia che ha prodotto libri illeggibili, dall’“ostrabismo cara” in su o in giù: a che pro “sperimentare” ciò che è, letteralmente, sulla bocca di tutti, e si evolve di continuo nel tempo e nello spazio? Lasciamo questo alla scienza, che punta a risultati di diversa natura e che può offrire oltretutto la verifica dei propri esperimenti; come potrebbe un poeta dire un proprio testo “riuscito” o meno sulla base di una verifica oggettiva, cioè basata sui numeri?

Forse la poesia non può nemmeno più fungere da punto di crocevia per i diversi sentieri della conoscenza, come fu dalla Grecia almeno fino al Seicento, cioè a quella che Eliot chiama “dissociazione della sensibilità” e che indica il momento in cui il pensiero razionale si scolla dalla sensibilità; né tantomeno (e qui non saremo tutti d’accordo, almeno se parliamo di letteratura) la poesia deve essere uno spazio di ripiegamento e sfogo confessionale, come sostituto di quelle che Foucault definisce “tecnologie del sé”: la poesia, come ogni forma di arte, è “arte della distanza”, cioè della creazione immaginativa di una forma, nella bella formulazione di Marco Ercolani (M. Ercolani e Massimo Barbaro, L’arte della distanza, puntoacapo 2020). Ancora Eliot: la poesia non è espressione del sentimento, ma è fuga da sé, oggettivizzazione, perché l’artista (e questa è la parola chiave) per creare un oggetto d’arte deve prima distanziare “l’uomo che soffre dall’artista che crea”.

Sono coordinate di un secolo fa, nate in ambito anglosassone, ma credo valgano sempre e comunque, a meno non si consideri l’arte una espressione diaristica immediata dei propri moti interiori.

In sostanza, crediamo che valga ancora quanto Ezra Pound lucidamente scrisse nel Mauberley cento anni fa (1920):


L’età esigeva un’immagine

Della propria smorfia accelerate

. . .

L’“età esigeva” soprattutto uno stampo in gesso,

fatto senza perdita di tempo,

un cinema in prosa, no, di certo, l’alabastro

o la “scultura” della rima.


E quindi: con che occhio dobbiamo leggere e valutare le poesie che vengono scritte e pubblicate oggi? Per tornare all’inizio: cosa possiamo chiedere allora alla poesia? Che ci protegga. Che funga da presidio contro la banalizzazione e la standardizzazione dei sentimenti, dell’intelletto e del linguaggio; che ci insegni a usare il linguaggio per dare forma e forza ai nostri pensieri; che ci mostri come immediatezza e leggerezza sono una conquista della forma, quindi un punto di arrivo che deve tutto alla felicità delle scelte, piuttosto che il risultato di una malintesa sincerità dell’autore e affabilità del testo; che ci protegga quindi soprattutto dalla sovrabbondanza di informazione inutile attraverso una disciplina che è prima etica e poi espressiva e stilistica. Che, in sostanza, non sia vacua opinione sul nulla, ma ricerca dell’essenziale.


Non è poco, perché tanta parte della produzione attuale (anche la più acclamata, e soprattutto quella ritenuta più autorevole) sembra invece accompagnare e anzi incoraggiare la tendenza alla spettacolarizzazione dei sentimenti. Dobbiamo invece cogliere la possibilità di una fruizione più ampia della poesia, più profonda, proprio attraverso una selezione di ciò che davvero vale la pena dire e vale la pena leggere.



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