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Maristella Diotaiuti su Luoghi sospesi di Annamaria Ferramosca

Annamaria Ferramosca, Luoghi sospesi, nota di Elio Grasso, collana Altre Scritture, puntoacapo Editrice, 2023


Libro sapienziale “Luoghi sospesi” di Annamaria Ferramosca, ma di una sapienza socratica, che continuamente si sospende e ci sospende, che mette in discussione, anche se stessa. Una sapienza che sta piuttosto nella postura della poeta che non distoglie lo sguardo, sta nel doloroso ma composto interrogarsi sui grandi temi dell’esistere, sapendo, in anticipo, che non troverà soluzione, che a rispondere sarà ancora il mistero.

I temi del rovello sono importanti, il senso della vita, l’origine e la fine di noi esseri finiti, effimeri, inconsistenti, immessi in un processo cosmico di nascita e morte, destinati a scivolare nel nulla, tornare al caos da cui proveniamo, chiudendo il cerchio, ma aprendoci al mistero dell’oltre che ci oltrepassa.

Si tratta, allora, di decidere come stare al mondo, cosa farne di questo pezzo di vita che ci appartiene, come relazionarci con i nostri simili e le altre creature. E qui lo sguardo di Annamaria Ferramosca è politico, sociale, antropologico, allarmato e vigile sulla realtà, sul presente, sulla storia.

Accoglie Annamaria, in questo suo interrogarsi accorato, la filosofia, e la scienza, le teorie della fisica quantistica, il biocentrismo di Robert Lanza, che circolano sottesi al suo versificare, sperando così di poter geometrizzare, matematicizzare il pensiero, raffreddare il magma incandescente del sentire. Un tentativo che, anziché risolvere, apre ad ulteriori vuoti, ad altri smarrimenti, accresce il senso di sconcerto. Teorie che ci vedono apparenze fluttuanti, irrealtà, che prendono consistenza in stringhe, in una sequenza di caratteri alfanumerici, o siamo il prodotto della nostra stessa coscienza,

Teorie che ci vogliono immersi in un tempo e uno spazio curvi dove non esiste un inizio e una fine, dove tutto è fluido, e dove siamo tutti della stessa materia e tutti, tutte le creature e il cosmo intero siamo in strettissima connessione. Tutto ciò provoca, dice Annamaria, un profondo smarrimento, nella nostra visione antropocentrica, e perciò disperatamente necessitiamo di un ancoraggio, al nostro tempo, alla storia, al nostro corpo, per recuperare il legame con la superficie terrestre, imperfetta ma imprescindibile, e dare un senso al nostro viaggio, al nostro percorso materico riconoscendolo però accidentato, impervio, non lineare.

E così la poesia di Annamaria si fa poesia della viandanza, costellata di soste, tappe, ritorni, repentini avanzamenti, in cui si trova qualcosa e si perde qualcosa, e forse non si sa nemmeno dove si sta andando. Tappe che qui sono rappresentate dalle sezioni che scandiscono la raccolta: di là dal vetro/ si fa teatro/ fuori dalla finestra/un nulla d’amore/ sarà come vincere. Sono anche questi i “luoghi sospesi” di cui recita il titolo.

Ma sono soprattutto quei luoghi assunti come punti di osservazione in cui si è azzerato, sospeso, ogni giudizio, ogni convinzione, ogni nozione predefinita, una sorta di punto zero, a metà strada tra il cielo e la terra per non farsi contaminare da nessuno dei due, luoghi senza un tempo e uno spazio definiti, in cui ogni cosa che pensiamo di aver visto, sentito, fatto esperienza, viene azzerata, e si ritorna così al punto di partenza, all’origine di ogni cosa. E da qui provare a comprendere la vita nella sua complessità, nelle sue contraddizioni, e a ripensarla, ridefinirla.

I luoghi sospesi sono tagli, ferite, traumi, sono il thauma greco, da cui Aristotele faceva nascere la Filosofia, che non è la semplice meraviglia, come erroneamente viene tradotto il termine, ma piuttosto l’angosciante stupore, il terrore che l’uomo prova di fronte alle cose dell’esistenza, è, come dicevamo, lo sgomento ancestrale nello scoprire il divenire di tutte le cose, la paura di fronte alla consapevolezza che il mondo, e noi con lui, è sottoposto ad un ciclo continuo di nascita e morte, e allo sgomento segue la volontà di trovare un rimedio alla fine, al nostro scivolare nel nulla.

I luoghi sospesi, sono anche “soglie”, linee di confine che, come ci dice la stessa etimologia del termine confine, composto da “cum” (con) e “finis” (fine), indicano ciò che separa e unisce nello stesso tempo, chiude e apre nello stesso tempo, indica ciò che contiene e nello stesso tempo libera. Sono luoghi più che di separazione di agglutinamento.

Ferramosca ci rende visivo questo grumo creando dei neologismi formati da parole composte, due parole unite, agglutinate appunto, dove ognuna presa singolarmente significa qualcosa e insieme acquistano un altro significato, “sguardoluce”, “tsunamiamore”, “occhilontani”, “feroceassurdo”, “giocoenigma” e molti altri, tutti neologismi, vocaboli creati ex novo come in un gioco caleidoscopico, dalle infinite possibilità.

I luoghi sospesi, dunque, come punto di incrocio, di intersezione, fra due mondi, due dimensioni distanti, quasi oppositive, che Ferramosca mette in frizione, ma anche in costante relazione e comunicazione, perchè siamo fatti di sostanze materiche ma anche di sostanze volatili, siamo cielo e terra, come scrive in una poesia, siamo “volatili”, siamo “azotossigenobiossidocarbonio, abbiamo le ali”, e altrove “muscoli, tendini … / materia terrestre … / erba verme muso di volpe” che “pulsiamo all’unisono

La soglia, che mette in comunicazione due dimensioni, nella poesia di Ferramosca prende la forma della finestra, immagine molto ricorrente in questa raccolta, che ritroviamo già esplicitata nella prima sezione “al di là dal vetro”, e nell’altra sezione “fuori dalla finestra”. La soglia-finestra come luogo iniziatico, condizione liminare che ci parla di un dentro e un fuori, di un sopra e un sotto, che rimanda a un ricongiungimento, all’idea di origine, in cui si condensano due componenti fra loro strettamente correlati, il ricordo e la lingua materna.

E non è un caso che questa viandanza di Ferramosca, questa raccolta di poesie si apra proprio con l’immagine di una bambina che ci impersona, ci rappresenta, ma che è, credo, soprattutto l’alter ego letterario, poetico della stessa Ferramosca che quindi sembra realizzare qui una sorta di autofiction molto opportuna e molto felice nell’economia del testo e nella sua significazione. j

La bambina alla finestra che Ferramosca definisce, con una espressione felice “isola d’occhi indagatrice”, su questa soglia-finestra sospesa, guarda fuori e dentro, il mondo esterno e anche il suo mondo interiore. In questo inizio di raccolta, quindi, si realizza una regressione alla dimensione della “previta”, a “gli spazi caldi della prenascita”, dimensione amniotica, prenatale, come luogo sospeso per eccellenza, dove però si forma e pulsa la vita, la materia, ma anche il pensiero. Perché questa è una bambina interrogante, si chiede cose, cose importanti: “... Io sono davvero? Come sono arrivata qui? Per fare cosa? Ma chi sono? Trovo così strano sentirmi mentre penso e muovo il mio pensare – e perché solo il mio? Penso dunque sono?Perché non vedo il pensiero degli altri?” e ancora e ancora, è un incalzare, un martellare di domande esistenziali, che sono le stesse su cui ci arrovelliamo per tutta la vita, e a cui non riusciamo a dare delle risposte.

E’ un ritorno alla lingua materna, prelogica, prestrutturata, la lingua che mette al mondo il mondo, quella che Ferramosca chiama, le “allegre lallazioni / grida cristalline”, o “parole nude”, nude perché dentro non c’è ancora l’ideologia, il concetto ideologico. Quella lingua che passa attraverso il nutrimento materno, il latte, perché il tempo della nutrizione è anche il tempo della prima parola, del primo verso. La lingua materna è un suono, un flusso sonoro, il suono delle nenie, delle cantilene, un suono fatto di balbettii, di insensatezze, il primo richiamo d’amore. Sono quelle voci indistinte, puro suono, che arrivano al bambino ancora non nato dall’esterno, fuori dal ventre materno, e le voci che arrivano al neonato nel dormiveglia, nella culla, le voci delle persone che parlano sottovoce nella stanza, parole come un mormorio, un sussurro, un brusio. Sono quei suoni che ti porti dentro per tutta la vita, come un basso continuo, una pulsazione molto simile a quella del cuore, una vibrazione molto simile alla vibrazione della terra, che sappiamo produce un suono di 9 hertz. Il suono della voce materna che Ferramosca chiama “suono embrionale”, “lamento sottile”, “gemito piccolo di gioia”, e insiste sullo scambio di suoni tra la madre e il figlio, lo definisce “rito – destino / o solo / … incantamento”.

Da questa regressione, da questo luogo sospeso per eccellenza, primordiale, solitario, parte tutta la riflessione poetica di Annamaria, che tocca nodi esistenziali fondamentali.

Non manca, né poteva mancare, una riflessione sulla funzione della parola poetica, sia come necessità interiore, personale “ogni volta rinasco se scrivo”, e sia come dovere di testimonianza, di recupero della funzione eternatrice della poesia “scrivo perché resti dell’umano / almeno un seme”.

Una poesia, questa di Luoghi sospesi, che si fa materia impastata e sostanza volatile, sospesa tra cielo e terra, tesa a mediare, a farsi medium tra differenti sentire, tra più dimensioni, tra più linguaggi anche distanti.

Una poesia di pensiero e anche scientifica, dove appunto le domande filosofiche si alternano alle constatazioni scientifiche, che all’occorrenza sa farsi anche quotidiana, orizzontale, mescolarsi al vissuto di ognuno di noi.

Questo impasto fa il linguaggio poetico di Annamaria, un peculiare linguaggio in cui lei fonde magistralmente i modi, i toni, la semantica e l’immaginario scientifici, filosofici, lirici, e abituali, semplici, quasi domestici. Una fusione, una contaminazione che qui si arricchisce dell’apporto di espressioni colloquiali, alcune anche dialettali, che vanno ad ampliare la gamma dei registri usati.

Ne risulta una sorta di pastiche linguistico, che, probabilmente da Annamaria è stato sentito come il più adeguato, in questo momento della sua esperienza poetica, a cogliere e significare la realtà con i suoi segni inconciliabili, con i suoi mutamenti, le sue contraddizioni, i suoi abissi e le sue altezze, le zone d’ombra e le epifanie di luce.

Questa raccolta poetica di Annamaria è un’opera aperta, inconclusa, perché non dà risposte, né verità preconfezionate, definitive, ma stimola fortemente a superare le soglie, a sconfinare ogni volta. Ci restituisce, cioè, tutta la fatica, lo smarrimento, l’affanno del poeta, l’inquietudine di chi si addentra nel mistero e ogni volta crede di aver compreso qualcosa, di aver acquisito una verità e l’attimo dopo perde questa certezza e deve rimettersi in cammino. E in questo cercare si è soli, come dice la bambina: “… di certo sono sola / tragicamente sola / solissima”.

Scaraventati nel mondo senza più nemmeno il soccorso del divino, se il Dio di Annamaria è un Dio che ride, grottesco e tragico, beffardo e dolente. Scrive Annamaria: “un d’io campione di risata cosmica / un d’io regista e attore / per un pubblico assente” , sono versi dove si sente una nota di disincanto e di ironia, resa da lei iconicamente evidente nella grafia della parola dio che viene destrutturata, apostrofata, “d’io”, e quindi desacralizzata. E’ un Dio fortemente umano, in cui l’uomo si rispecchia, si riconosce. Uomo e Dio si muovono come maschere vuote su un palcoscenico sconnesso dentro un mondo-teatro, dentro una simulazione collettiva, cosmica. Anche perché, come dice Annamaria, siamo ‘tremore quantico / ansimante spin luminoso / atomo assetato d’incontri”. Una risata, un teatro del grottesco che è il gioco dell’esistere, sempre in bilico tra serietà e allegria, tra pesantezza e levità, tra equilibri e disallineamenti.

E’ la commedia della vita che Annamaria sa raccontare con maestria e partecipazione e il dovuto distacco per poterne raccontare. Sapendo, sempre sapendo, che il mondo è sbilenco, fuori asse, ma anche magnifico e sorprendente.

Nonostante tutto il disincanto, questa raccolta si chiude con una intensa poesia dedicata al figlio, che è amore incarnato, è ponte verso il futuro, promessa di eternità, e ci restituisce, fino in fondo, fino all’ultimo verso, fino all’ultima parola, una visione, una immagine di luce, un balenio repentino, fugace, che dobbiamo avere la prontezza di cogliere: appare “… all’orizzonte / tutto quell’oro che lampeggia”. Questo lampo, posto a chiusura di raccolta, di poesia, di verso, al termine del percorso esperienziale della scrittura, a mo’ di lascito poetico, restituisce il senso della grandezza e della bellezza, il senso ultimo del vivere.

Mi ha ricordato un piccolo verme, il Caenorhabditis elegans, invisibile ad occhio nudo, che nell’attimo preciso in cui muore, emette una intensissima luce azzurrina, una luce blu fluorescente che proviene e pervade ogni singola cellula che lo compone. Un messaggio che l’organismo, in prossimità della fine, propaga come un’onda chimica a tutte le cellule che lo compongono, come dire moriamo in maniera coordinata, all’unisono, in condivisione, così come abbiamo vissuto.

Queste due immagini, l’oro dell’orizzonte di Annamaria e l’azzurro di questa minuscola creatura, ci dicono, in maniera potente che pure dentro la fine c’è un inizio, un canto, un canto di luce.



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