Alessandra Paganardi, Perché la poesia?

Perché la poesia? Perché la poesia è un compito.



Fin da quando avevo l’età dei miei studenti, o ben prima, mi piaceva costruire frasi che avessero un ritmo bello da sentire e nello stesso tempo si facessero intendere senza ambiguità. Era per me un divertimento, come vestire le Barbie o inventare storie da rappresentare. Ma non era un gioco qualsiasi. Era una specie di compito, di dovere, o meglio: era un compito che nessuna maestra mi imponeva, ma che proveniva da uno strano richiamo interno. Credo di aver confusamente compreso l’imperativo categorico kantiano molto prima di studiarlo. E in seconda elementare, appena impadronitami del mezzo scrittura, composi il mio primo racconto-romanzo, “Primavera di vita”, digitandolo sull’enorme Lettera 23 che mio nonno, ex meccanico riparatore delle macchine Olivetti, mi procurò per il mio settimo compleanno.

Avevo forse intuito il concetto di “Beruf”, e da allora ho capito che per svolgere bene un compito basta spostare il centro di gravità e riviverlo dall’interno, rendendolo almeno in parte simile a quel primigenio richiamo.


Ho scritto vari altri racconti, a partire dalla cosiddetta “età di latenza”. Ho ricevuto un’educazione un po’ particolare, nel bene e nel male: mi veniva concesso di leggere di tutto senza alcun controllo (anche, bisogna dirlo, libri assai poco adatti per la mia età). La narrativa è comunque rimasta un grande amore, anche se coltivata per ora marginalmente .


Poi, nel quattordicesimo anno (ha ragione l’antroposofia di Steiner a segmentare la vita a gradini settennali?) è arrivata la poesia. Qualcosa che mi aveva stregato da bambina con quelle prime immagini pascoliane, carducciane e leopardiane, ma che avevo tenuto silente: troppo grande per me, troppo ambizioso provarci. In prima superiore arrivarono frasi in forma di verso, immagini che non riconoscevo come prese in prestito dai poeti che già allora amavo (Penna, Sbarbaro, Pavese e Neruda, oltre ai già citati). Anche qui, la logica del Beruf. Nessuno mi costringeva, mi costringevo io a mettere in forma quei messaggi confusi arrivati da chissà dove. E ne facevo endecasillabi, settenari (versi che non ho mai più abbandonato), mi esercitavo nelle catene di metafore come avrei fatto in una palestra. Mi concentravo a cercare immagini da un’idea iniziale, le accoglievo, le sistemavo in versi che abbellivo continuamente: non per pura volontà esornativa, ma per esprimere meglio quei nodi incerti e aggrovigliati di connessioni analogiche, che sarebbero altrimenti andati perduti.


Naturalmente nessuno mi incoraggiava e questa passione veniva vista come una delle tante mie stranezze, una specie di malattia adolescenziale. Devo la prima attenzione, ma tempo dopo, a due mie insegnanti liceali. L’insegnante di lettere era figlia del poeta Solmi: l’ammirazione per lei mi condusse a conoscere uno dei più grandi poeti del Novecento, noto incredibilmente solo a una ristretta cerchia di cultori. I cosiddetti “nerd” oggi sono certamente più avvantaggiati nel trovare, anche attraverso la rete, altre persone che condividano le loro passioni. Alla fine degli anni Settanta, a meno di situazioni particolari, rispondere da giovanissimi a una vocazione poetica significava esporsi all’isolamento. Era più aggregante allora occuparsi di politica, forse era anche urgente farlo: ma io non mi sentivo pronta a confrontarmi con una realtà tanto più grande e grave dei miei pensieri. Per quello è servita la formazione filosofica, che dopo molti dubbi ho scelto di seguire all’università , in alternativa a quella letteraria: ci sono sempre due mani, la destra e la sinistra, e nessun poeta può scrivere al di fuori della realtà.


Ho comunque continuato, a scrivere, obbedendo alla classificazione un po’ schematica di Benedetto Croce su chi scrive versi prima e dopo i vent’anni. Ho scelto un mestiere (o forse lui ha scelto me) che nella realtà mi costringe a stare, ma che eccezionalmente mi fa riconoscere il mio stesso « daimon » in qualcuno. L’ultima scoperta poetica è un ex studente di vent’anni che attualmente vive a Parigi e con cui sono in contatto. Si chiama Rafael Marescotti e sono sicura che diventerà una delle voci più interessanti del secondo Novecento.


Tornando alla poesia e alla poetica: è molto semplice, credo. La poetica di ognuno di noi, che scriviamo, è contenuta in nuce (come il famoso homunculus) in quel primo apparire aurorale del Beruf. Per me, fin dall’inizio, la scrittura (e poi in particolare la poesia) serviva a tentare di amplificare il senso e il valore delle parole (cioè del mondo) al di là della chiacchiera e del commercio quotidiano. Serviva, in altre parole, a godersi di più la vita, che è per gran parte parola, comunicazione. Pensiamo e parliamo attraverso categorie, concetti, e le categorie si esprimono a parole. Ma dovendo utilizzare i concetti per soddisfare bisogni primari e sempre meno primari, perdiamo quasi tutto l’elemento espressivo della parola (quella che Jacobson ha definito la funzione emotiva) e con esso (oserei dire) gran parte dell’elemento referenziale. La poesia ha un compito altissimo e veramente civile, risignificare il mondo: e chissà che la parola non sia nata proprio con questa complessità e non si sia stati noi, con il progresso della tecnologia e il perfezionamento della vita materiale, a ridurla a referenzialità impoverita, che conduce a continui fraintendimenti (lo vediamo sui social!!!!) e infine fa riemergere la conculcata espressività sotto forma di sfogo, volgarità, emotika e stickers, sciatta neolingua (e su questo preferisco non dire altro). Sotto c’è l’ incapacità progressiva di dire, es-primere, quasi una preoccupante forma di neo-afasia, che sta diventando la triste normalità. Questa ricerca sulla parola originaria (os come oralità, come pienezza di significato) è portata avanti da anni dalla rivista “Anterem”, ma ha una storia eccellente: pensiamo a Mandelstam e ai suoi studi danteschi: fra le più belle pagine critiche mai scritte, dove la “critica” non si limita all’analisi testuale, come fin troppo bene hanno fatto lo strutturalismo europeo e la scuola americana del “New criticism”, ma va alle radici vere e profonde del fare poetico.


La poesia può nascere da qualunque stimolo. Sempre da un’occasione puntuale, diceva Montale. Ma non è mai sfogo, è forma, proprio perché (qualunque sia la poetica dell’autore) il primo compito ontologico della poesia è risignificare il mondo. Compito che, a seconda delle epoche e delle poetiche, si declina come conservazione, rivoluzione (penso alle varie avanguardie, che hanno avuto un compito importantissimo, anche se vanno superate, come tutti i provvedimenti d’emergenza...); riflessione sul già visto e non abbastanza compreso, come la luce per gli impressionisti. Può nascere da un sogno, da una paura, da un fallimento, da un dolore o da un amore (il vecchio Saba se ne intendeva); perfino dall’odio, dall’indignazione, da una pulsione animale. Diventa però poesia quando trova, in quel particolare temperamento individuale, in quel preciso tempo, in quel preciso luogo, la strada per diventare verso, cioè (non dimentichiamolo) DIREZIONE. Per diventare, come scriveva Ezra Pound, sintesi perfetta di logos, immagine e musica. La parola, a differenza di altre modalità espressive, possiede tutto questo già in se stessa: perciò il verso ha una struttura in sé armonica, non melodica, e non necessita d’altro. E’ uno strumento unico ed eccezionale, eppure è il primo che abbiamo avuto in mano; e ci appartiene a pieno titolo come esseri pensanti, umani. Qualcuno si prefigge, nel corso della vita e senza trascurare i tanti doveri eteroimposti, il compito di imparare a suonarlo. Questo qualcuno sono i poeti, questo compito è la poesia e questa scuola non finisce mai.


La poesia, diceva Ungaretti, è la “limpida meraviglia di un delirante fermento”. Di questa limpidezza noi siamo, senza superbia ma anche senza false modestie, i piccoli e grandi alchimisti di sempre, da sempre. Con la certezza che la lettura di un verso riuscito non lascia mai il mondo come prima: lo illumina e semina tracce in altri individui, in altre inquietudini. In altri compiti.

Alessandra Paganardi



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