Franca Mancinelli A un’ora di sonno da qui, italic pequod, 2018
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cucchiaio nel sonno, il corpo
raccoglie la notte. Si alzano sciami
sepolti nel petto, stendono
ali. Quanti animali migrano in noi
passandoci il cuore, sostando
nella piega dell’anca, tra i rami
delle costole, quanti
vorrebbero non essere noi,
non restare impigliati tra i nostri
contorni di umani.
Se è vero, come afferma Stéphane Mallarmé, che «il senso troppo preciso cancella la vaga letteratura», ogni poeta deve prefiggersi fin dall’inizio di sabotare il linguaggio, di costruire una poesia che non sia programmaticamente oscura, ma che progetti la propria oscurità. Lorenzo Pittaluga scrisse: «la poesia è un progetto di veglia / con sogno e manovra». E in effetti la veglia è un progetto che si sostanzia di due realtà: il sogno, che arriva inconscio dalla notte, e la manovra, compito consapevole del giorno. Il lavoro della notte e l’opera del giorno sono sostanziali all’arte di Franca Mancinelli. A un’ora di sonno da qui raccoglie i suoi libri precedenti, (Mala Kruna, Manni 2007) e Pasta madre (Nino Aragno, 2013), che diventano così le prime due sezioni del nuovo volume, completato da altri inediti.
prima che le parole siano cera calda
sono le mani a chiamarsi:
una lingua preistorica
come la pietra sorda come lo scroscio.
Domando e un’altra cosa rispondi
tanto è vicino il palmo
saldo, sul precipizio.
Nessun silenzio, per il poeta, è innocente. Nessuna armonia consolatoria. Occorre ascoltare il corpo, la sua «lingua preistorica», le mani che hanno ancora “il palmo saldo”, prima di trovare le parole. E, una volta trovate, trasmettere quell’esperienza, sempre nuova, di stupore, di allarme. La poesia è linguaggio ammutolito, meraviglia dell’impensato, magia del dire intessuta alla stregoneria di non-dire. Di Franca Mancinelli Milo De Angelis scriveva, nella postfazione a Pasta madre: «È uno sguardo stringente, capace di svelare l’altro lato delle cose, la faccia invisibile del dado. Ed è uno sguardo condannato a capire. Vede troppo nitidamente, non vuole cedere all’inganno effusivo, alle illusioni ottiche dell’amore [...] Tutto il libro è un sottrarre e un levigare, uno sforzo di purificarsi, di giungere a una nudità che è conoscenza».
Questa nudità, rigorosamente realizzata, senza sfocature, orpelli o deviazioni, è rappresentata da un lessico asciutto, quasi povero. Mancinelli associa delle parole, come se il loro incontro poetico potesse proteggere dall’orrore che annunciano. Il suo desiderio di dire è anche desiderio di tacere. Novalis scrive: «La poesia è il reale veramente assoluto». E contemporaneamente: «Il poeta ordina, raduna, sceglie, dispone». Realtà totale e capacità di filtrare questa percezione in forme. Se le parole hanno parlato a lungo, prima di arrivare a noi, e arrivano a noi piene di silenzi e di suoni, il compito del poeta è riconiarle, per il tempo che durerà la sua opera:
non distingui un nido
da un intreccio di gesti,
non distingui uno sguardo da un pozzo
non distingui le braccia
dall’edera che stringe in una rete.
A un’ora di sonno da qui
ti svegli fiutando le tracce
dell’uomo che ieri abitava
i tuoi stessi vestiti.
Per Mancinelli la dissociazione dell’identità deve esprimersi con la massima chiarezza possibile, senza confusioni o barocchismi («ho la forma dell’acqua e un suono / come ogni animale un verso»). E ancora: «guardo il buio con queste / corde che si muovono, e ascolto / la nave luminosa che si ferma./ Prenoto e annuncio ancora la partenza: / oltre la grata della porta il vuoto / si alza come una torre; e un altro / vicino a me è ancorato / e si sbriciola in passi sulla strada. E io non so / se salgano o scendano le corde / di questo pianerottolo, ma vedo: / l’immagine di me che si spazienta / entrare con i piedi su una terra / pestata molte volte». Le corde in movimento, la nave in sosta, sono l’ipotesi di una bellezza difficile e fragile, che si rispecchia nel pianerottolo della casa. Proprio per la sintassi scarna, l’ellittica brevitas, il lampo improvviso della visione, questa poesia è più tragica: la domina una secchezza che rende ancora più acuti, per sottrazione di immagini, lo spavento e la pietà:
un colpo di fucile
e torni a respirare. Muso a terra,
senza sangue sparso.
Cose guardate con la coda
di un occhio che frana
mentre l’altro è già sommerso, e tutto
si allontana. Gli alberi
si piegano su un fianco
perdono la voce in ogni foglia
che impara dagli uccelli
e per pochi istanti vola.
Ma è un volo che non spinge verso qualche cielo o qualche luce. Il superstite si appende al paesaggio come a un frammento.
un’esca guidi dentro
le luci dell’estate. Uno spillo
ci regga le pupille, ci fissi
a una parete, decisi
ad appartenere a una qualsiasi
collezione della specie.
Permane, in questa poesia tragica e nitida, un dolore pudico che è desiderio estremo di salvezza, di nascita, e su questa nascita provare a costruire, benché precario e instabile, il proprio futuro poetico:
bocca che passa calore
all’aria come potesse svegliarsi
essere ancora salvata.
I nuovi frammenti in prosa che chiudono il libro sono esemplari nel senso di una costruzione vivente dell’umano:
Ora bisogna flettere inseme, bruscamente, le braccia, in un’onda cancellare le pieghe. Più volte, lasciando che la nostra vela si gonfi e si svuoti nel vento. E navigare così, da questa lontananza che crea e muove ogni cosa.
La «lontananza che crea e muove ogni cosa» è la «chiara durezza» che il poeta trova e tiene ferma dentro di sé, alla fine del suo viaggio, come ipotesi di lavoro. La veglia è la costruzione, ma «a un’ora di sonno da qui». Ogni buona veglia contiene già il sonno che interromperà il flusso dell’attenzione.
Marco Ercolani