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Bellezza di Raffaela Fazio: Autocommento

March 27, 2018

C’è una bellezza

che sovrasta

e travolge a distanza.

Si riconosce

per la forza

che tutto ammutolisce

e per la coincidenza

tra l’apice e l’inizio

della fine.

 

Ma l’altra

non è data mai

in partenza.

La precede

l’asprezza

il masticare lento

il fare posto.

Poi accade

un capovolgersi

di altezze

 

se si stacca

dal fuoco passeggero

una lingua

tra i rovi

una lucentezza

che si conserva

ardente

nella prova.

 

 

In questa poesia ho tentato di esprimere qualcosa che mi sta particolarmente a cuore: non solo un’idea di bellezza, ma un principio di vita. Non è un caso che da un suo verso abbia tratto il titolo della quarta ed ultima sezione del libro in cui si trova. La sezione si chiama Un capovolgersi di altezze ed il libro L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice 2018). 

 

La bellezza è un’esperienza, più che un concetto – non ci sono dubbi. La riconosciamo senza difficoltà, ma non riusciamo a definirla in maniera esauriente. Perché? Per la varietà dei canali di cui si serve e delle forme in cui si manifesta. La bellezza attinge linfa sia dall’ideale che dal quotidiano. Quand’ero piccola, mi veniva incontro privilegiando il suono, il tatto, l’olfatto; da adulta mi si avvicina sempre più tramite la vista, e la mente. Anche i sentimenti che genera e le reazioni che innesca sono diversi, sebbene accomunati nel tempo da un senso di gratitudine, a volte istantaneo, altre volte in lenta maturazione. La bellezza continua a meravigliarmi. Mentre da bambina lo stupore mi immetteva in uno spazio di serenità o di piacevole vaghezza, oggi si accompagna spesso all’inquietudine, come se la bellezza fosse un urto che scardina l’ovvietà o l’inautenticità del vivere. Con gli anni ho scoperto che il piacere non è quasi mai privo di dolore, e neanche la bellezza lo è, perché, nel rivelarci ciò che ci attira (nel senso di uno slancio “erotico” platonico verso qualcosa che percepiamo come “valore”), ce ne svela anche la mancanza. Di questa contemporaneità di opposti mi sono ormai convinta. E ad essa ho fatto allusione nella poesia qui riportata, dove ho voluto parlare di due forme di bellezza che vivono di una tensione tra estremi. 

 

La prima esercita una forza che è, insieme, timore e attrazione; la sua fascinazione in parte inibisce e lascia interdetti, in parte chiama a sé travolgendo. Questa forma di bellezza è un’epifania: istantanea e spesso inafferrabile. La vetta e la voragine, l’esaltazione e l’angoscia si alternano in una dinamica irrisolta, che tende verso l’oltrepassamento di ciò che si ha e di ciò che si è. Eppure, l’io resta al centro di tutto: anche quando esce fuori da sé per avvicinarsi al bello e al desiderabile (irraggiungibile o raggiungibile solo brevemente), a sé ritorna e a sé rivolge la propria cura. 

 

Ma esiste un’altra bellezza, a mio parere molto più preziosa. Non è un’epifania, ma una conquista progressiva e mai scontata. È una bellezza di natura etica. La sua forza non si rispecchia nel rapimento, e neppure nel desiderio di un bene irraggiungibile, ma risiede nella sua capacità trasformativa. Essa è il risultato di una volontà generosa e coraggiosa di cambiare segno alle cose e a noi stessi, nel lavorare su ciò che all’inizio ripugna (dolore / diversità / sacrificio). A differenza della prima bellezza, il cui «apice è l’inizio della fine», perché la si esperisce più intensamente nel momento in cui la si perde, la seconda «si conserva / ardente / nella prova». È proprio grazie alla prova, al confronto con la difficoltà, che essa si manifesta e si rafforza. Attraverso il “masticare lento” che non rifiuta l’“asprezza” ma la integra, avviene un «capovolgersi di altezze». Non c’è dunque un passaggio, un’alternanza tra vette e abissi, ma una lenta trasformazione degli abissi in vette, un loro ribaltarsi. Più che un oltreppassamento del reale è un suo potenziamento. E il sé non è più al centro di questa dinamica. La cura si sposta dall’io all’altro, e nell’altro rimane.

 

È questo tipo di bellezza che ha caratterizzato una persona come Etty Hillesum (a cui ho dedicato la poesia successiva a Bellezza, pubblicata sempre ne L’ultimo quarto del giorno). Giovane ebrea olandese, vittima del nazismo, Etty ha messo a nudo le sue lotte e i suoi dubbi con un’intensità e un’onestà straordinarie, conciliando passionalità femminile, ricerca introspettiva e sete spirituale. Etty ha trovato la risposta che cercava, più ancora che in Dio, negli altri. Il suo amore per gli altri – così umano e radicato nell’umano da superare (rendendole superflue) morale e religione – l’ha resa capace di accogliere la vita fino in fondo, scorgendone la bellezza persino là dove altri avrebbero percepito soltanto sconforto e odio. Non è scappata, mettendosi in salvo: la sua salvezza è stata condividere il destino dei molti, cercando di essere per loro un “cuore pensante”. Il diario di Etty Hillesum, che ho letto per la prima volta una ventina di anni fa, mi ha rivelato l’esistenza di questa forma sorprendente di bellezza. Man mano che l’orrore cresce, la voce della scrittrice assume chiarezza: «Ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. […] ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor più inospitale». C’è uno sforzo continuo di lucidità e una fiducia dirompente: «Tutte le volte che mi mostrai pronta ad accettarle, le prove si cambiarono in bellezza». Etty arriva persino ad annotare: «Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento […] Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto». E ancora: «Posso sopportare tutto perché la coscienza del bene che c’è stato anche nella mia vita non è stata soppiantata da tutte queste altre cose, anzi diventa sempre più parte di me».

 

Etty voleva diventare una scrittrice. Si lamenta spesso di non essere soddisfatta dei suoi progressi letterari, «dice che ancora / ricerca la parola non la sa» (Scrittori, da L’ultimo quarto del giorno). Ma la parola più importante di Etty è quella che noi neppure conosciamo: è la parola pronunciata per alleviare la solitudine e la disperazione dei suoi compagni, nel loro viaggio finale. Questa è la testimonianza più luminosa che si possa lasciare ai posteri: la vita va amata nella sua interezza – nel piacere carnale, nelle scoperte dell’intelletto, nella condivisione spirituale, nel colloquio con Dio, nel mettersi al servizio di chi soffre – come ci ha dimostrato concretamente «lei che la vita / l’ha scelta tutta quanta / lei che negli altri / si spoglia come polline si sfa / senza zavorra / baciandoli / sui prati / del cielo e della terra» (Scrittori). La piccola porzione di esistenza concessa al singolo diventa allora uno spazio che non è più chiuso all’interno di confini e di misure, perché sposta l’orizzonte dall’io al tu. La bellezza è anche trovare un senso che trasforma: il senso dell’umano.

 

 

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