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Una plaquette di poesie inedite di Adam Zagajewski

March 22, 2018

di Sara Serenelli

 

 

 

Il 25 giugno 2016 Adam Zagajewski, poeta, scrittore e saggista polacco, ha ricevuto dal Rettore Vilberto Stocchi il Sigillo di Ateneo dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”. In quell’occasione il poeta ha donato dieci liriche tratte dalla sua ultima silloge Asymetria, ancora oggi inedita in Italia, che, assieme alla prosa giovanile Forte come Beethoven, vengono pubblicate nel volume Il “fuoco eracliteo” nel giardino d’inverno a cura di Alberto Fraccacre

 

ta, nella traduzione di Marco Bruno, edito da Raffaelli nel gennaio 2017.

   Del poeta polacco, insignito del Neustadt International Prize for Literature nel 2004 e candidato ormai da anni al Premio Nobel per la Letteratura, sono usciti in Italia due volumi di prose, uno per Adelphi nel 2007, Tradimento, uno per le Edizioni Casagrande nel 2012, L’ordinario e il sublime. Due saggi sulla cultura contemporanea, oltre ad una antologia di poesie, sempre edita da Adelphi nel 2012, Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005. Il volumetto edito da Raffaelli offre perciò al lettore italiano la possibilità di conoscere meglio “la sublime ordinarietà” della poesia dello scrittore polacco, di cui si hanno poche traduzioni nella nostra lingua. E altresì attraverso i contributi critici di Alberto Fraccacreta, Marco Bruno, Salvatore Ritrovato, Daniele Piccini (con una nota biobibliografica di Roberto Mario Danese) permette di riflettere e inquadrare in un più ampio complesso di riferimenti interni ed esterni all’autore la poetica zagajewskiana.

   Se non si conoscesse per nulla l’ars poetica di Adam Zagajewski, già solo dalla lettura delle dieci liriche che costituiscono il volume, se ne potrebbe intuire la forza e l’immediatezza, e si sarebbe di certo spinti a conoscerlo più a fondo. Trascendenza nella concretezza, il dir cose complesse con una disarmante semplicità: questa è la cifra stilistica di questo grande poeta, questa è l’unità fondamentale del suo dettato, così “ordinario” e così sublime. Bene mi sembrano spiegare questa tensione le parole dello stesso autore: «Siamo sempre “nel mezzo” e, in un certo senso, il nostro incessante movimento ci porta a continui tradimenti. Immersi nella quotidianità, nella banale routine della vita pratica, ci dimentichiamo della trascendenza. Andando verso il divino, trascuriamo, invece, le cose ordinarie e concrete». Ma addentrandoci tra i versi del poeta mi sembra ancora che egli sia ben riuscito a dar forma bella e incisiva a quella condizione di sospensione tra la terra e il cielo di cui parla nel suo saggio, L’ordinario e il sublime, servendosi del concetto platonico di metaxú con cui, in filosofia, viene definita la condizione intermedia tra il mortale e l’immortale, tra il fisico e il metafisico. L’ambiguità di questo termine, spesso banalizzato, si esprime nella poetica zagajewskiana come oscillazione tra il trascendente e il concreto, quasi una scissione tra la contemplazione e l’azione, una tensione che si muove su due poli opposti, lontani ma conciliabili. E ancora sospeso a metà si trova il poeta tra la vita pubblica e la vita privata: «a casa, in solitudine, non smettiamo di cercare l’assoluto e non sappiamo accontentarci delle soluzioni che invece accettiamo nella sfera pubblica». E Zagajewski cerca e trova l’assoluto non solo nelle, potremmo dire, grandi occasioni della storia, come la situazione socio-politica all’indomani della seconda guerra mondiale, ma anche nella “vita degli oggetti”, nelle esperienze più familiari.

   Tra le dieci poesie del volume ve n’è una, Festa dei maturandi, che bene evidenzia, a mio avviso, questa sospensione insita nella poesia del poeta e che a ben vedere esprime, sia a livello formale che contenutistico, quell’asimmetria che dà il titolo all’intera raccolta originale: il ricordo dell’organizzazione della festa dei maturandi, la discussione sul “programma artistico della serata”, la vergogna per gli interventi fuori luogo di sua madre, che il poeta esprime in maniera quasi prosastica, diventano occasione e stimolo per innalzare il pensiero e cogliere “nella nitida luce del vero” quella donna così “irraggiungibile e magnifica”, come mai era riuscito a vederla prima. Il poeta accompagna il nostro pensiero a spingersi da un’evidenza a una trasformazione, da un’esperienza semplice a un sentire profondo. E non sta forse anche qui la grandezza e l’unicità del poeta? Nel saper dire, come non sappiamo noi altri, cose complesse in modo semplice? Nel saper rendere indimenticabile anche quello che, nella vita quotidiana, ci si presenta come un’epifania di qualcosa che senza quelle precise parole ci sembra inafferrabile? Potrebbe risponderci splendidamente Zagajewski stesso, togliendoci dall’imbarazzo, che, «per fortuna, che cosa sia la poesia non lo sappiamo molto bene e non dobbiamo neppure saperlo in maniera analitica; nessuna definizione è in grado di ridurla a una formula.» «Ai poeti resta da fare la poesia onesta», affermava Umberto Saba, e Zagajewski indubbiamente la sa fare. E se il poeta polacco si augura che «un giorno l’ardore tornerà alle nostre librerie, ai nostri intelletti», di certo egli ha risposto col suo «canto imperfetto» (ma onesto) al «canto infuocato del mondo». Un mondo, un’alterità che egli non vede, come invece faceva Sartre, paragonabile a un inferno (“l’inferno sono gli altri”); Zagajewski, rovesciando l’affermazione di Sartre, può asserire con forza che «solo negli altri vi è la salvezza». Ogni io diventa un tu, e nella bellezza, nella musica, nei versi di quel tu, di quell’altro da me vi è consolazione. Non è casuale che all’interno del suo corpus poetico ricorra spesse volte il verbo obcować, e la parola obcy, il cui significato in polacco è «entrare in contatto con qualcosa, con qualcuno». Nell’alterità dunque il poeta vede la possibilità di scorgere la bellezza, di sperare in un soccorso: e davvero credo, che “in versi stranieri”, nei versi di Adam Zagajewski noi possiamo trovare la bellezza e la consolazione di cui abbiamo o potremmo avere bisogno. Il “fuoco eracliteo” nel giardino d’inverno, offre al lettore l’opportunità di entrare in contatto con questo grande poeta, con la sua Leopoli, la sua infanzia, i suoi voli tra cielo e terra, seppure con i pochi significativi testi che vi sono offerti, e di farsi salvare e consolare dai suoi versi, e ancora di assaggiarne la vera e originale vena creativa e poetica.

 

 

 

Festa dei maturandi

 

Oppure quando prima della festa dei maturandi mamma venne all’incontro

in cui stavamo discutendo il programma artistico della serata

e quando lì intervenne con idee che

a noi sembravano fiacche, antiquate,

proprio come se fosse lei, e non noi, a dover dare gli esami di maturità,

esami che però aveva già dato una volta prima della guerra,

con lode, se ricordo bene,

e anche l’esame della guerra, tutto lo indica,

l’aveva dato con discreto risultato, e come allora,

durante quella riunione, mi vergognavo per lei –

invece durante la guerra non potevo ammirarla

per altre ragioni, completamente diverse,

 

e come questa asimmetria, questa forte asimmetria,

per molti anni, addirittura per decenni,

non mi permetteva di vederla

nella nitida luce del vero,

nitida e complessa,

complessa e giusta,

giusta e irraggiungibile,

irraggiungibile e magnifica.

 

 

Treni sotterranei

 

Ci sono quadri che mostrano la sofferenza

e la fiammella di una candela; ci sono uomini infelici,

che cercano invano consolazione

come un postino arrancante nella tormenta,

 

c’è la musica che cresce nella giungla del silenzio,

ci sono i carnefici, ci sono strade tenebrose, finestre cieche,

giorni che sembrano la festa della crudeltà.

 

Ci sono coloro che piangono senza speranza in una soffocante sala d’attesa,

ci son treni sotterranei, pesanti accuse,

c’è anche l’ordinaria noia delle conversazioni sullo sport,

 

e il terrore delle lunghe sere, e gli urli degli ubriachi –

e capitano gli attimi di rivelazione,

quando fieramente sfavillano i fiori dei castani

 

e con insicurezza procedono fra le erbe

tordi giovinetti frastornati

dal fuoco eracliteo del giardino di maggio.

 

 

Notturno

 

Pomeriggio domenicale, settembre; mio padre ascolta

un concerto di Chopin, distratto

(la musica spesso era per lui solo lo sfondo

per altre attività, per il lavoro o per la lettura),

ma dopo un attimo accantona il libro, si fa assorto;

mi sembra che uno dei notturni

l’abbia emozionato profondamente - guarda verso la finestra

(non sa che lo sto osservando), il suo volto

si apre alla musica, alla luce,

 

e così rimane nella mia memoria, raccolto,

immobile, così rimane per sempre,

al di sopra del calendario, al di sopra dell’abisso,

al di sopra della vecchiaia, che lo distrusse,

e finanche adesso che lui non c’è più, continua

ad essere qui, attento, il libro riposto,

e lui, scostato nella poltrona, tranquillo,

ascolta Chopin, come se questo notturno

gli dicesse qualcosa, gli spiegasse qualcosa.

 

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