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Giancarlo Pontiggia, Il moto delle cose, Mondadori, Milano, 2017, pp. 160, euro 18,00

February 17, 2018

«Vedi // com’è la natura delle cose, polvere / su polvere, ombra / che si disfa in ombra // smanie effluvi // schianto»: è, appunto, sulla natura delle cose, sul senso ultimo del nostro essere nel mondo che ruota il nuovo libro di Giancarlo Pontiggia, Il moto delle cose (Mondadori, 2017). Già nel titolo si avvertono gli echi della sapienza antica, che compaiono poi nei testi a proiettare la loro luce remota sul presente: prima di ogni altro è evocato Lucrezio, nella disillusione metafisica che traspare in filigrana e dissesta insieme a ogni pretesa finalista e antropocentrica le architetture del ragionare. Lucreziana è la visione del moto di aggregazione e disgregazione degli atomi «fino all’estremo / conflagrare di tutte // le cose» (p. 41), e al De rerum natura rinvia anche la sezione intitolata Le muraglie del mondo, citazione dei  flammantia moenia mundi oltre i quali si spinge Epicuro, e che indicano qui il tendersi della poesia oltre la sfera di fuoco che avvolge, anima (e conclude?) l’esistenza per raggiungere la «botola» della materia. In queste poesie ricorre il tema (empedocleo?) del fuoco, ed è il fulgore della mente, ma anche la voragine in cui la Natura «salamandra possente, torce / la sua coda di tempo» (p. 42). Traspare nei versi come un grande fiume sotterraneo l’eredità del poema filosofico antico, cui però fa da contrappasso un moderno frantumarsi del ragionare in lacerti, schegge, interrogativi ai quali è preclusa la confortante solidità del sistema. La scelta della poesia breve rimanda allora ai poeti classici nel loro arrovellarsi intorno all’enigma su cui si fonda la vita, destinata al moto «micidiale» della transitorietà, e insieme ancorata a un’orgogliosa speranza di sopravvivenza; ed è poi riferimento ai moralisti greco-latini l’idea dello scontrarsi dell’immanenza del divino con l’ineluttabile dissolversi delle cose umane. Si pensa a Orazio, che alla consapevolezza del nostro essere pulvis et umbra contrappone il non omnis moriar, la sua sopravvivenza nell’eccellenza della poesia. Il conflitto è enunciato nel testo di apertura, Un’apparizione (pp. 9-11), dove l’io poetico dialoga con un tu che vagola ormai nella gran fossa di un firmamento gelido, «stipato di roba ultima»: dov’è e che cosa è chi scompare dalla vita? Alla domanda non c’è risposta, c’è invece un’esortazione a dire («di’, se sai, qualcosa / che valga la pena»). La parola, insomma, come unico antidoto al vuoto («e questi versi, che altri un giorno / leggeranno, durano più di te», p. 103), minacciata anch’essa, tuttavia, dal principio di disgregazione che agisce nel cuore della natura. Perché anche «i nomi si sgretolano, uno per uno, ostinati / in polvere di suoni e di niente» (p. 56). Viaggio nell’indicibile, nel caos primigenio, nel conflitto fra la ragione umana e il nulla: nei testi si avverte un auscultare i suoni, gli stridori che provengono dal fondo opaco, limaccioso del mondo, il «mùgghio / di vite che premono, ansano» (p. 65). E di fronte al potere della Natura anche i rimedi suggeriti dalle filosofie antiche si rivelano inefficaci. Il pensiero scivola così nelle vanitates barocche, evocate da Amore dormiente del Genovesino, un dipinto in cui un Eros bambino dorme appoggiato a un teschio – figurazione metaforica della contiguità della morte anche con i più accesi sentimenti umani. E infine avvertiamo non pochi echi leopardiani nell’idea di un potere distruttivo e insensato della Natura, così come nel tema della noia (p. 87) o in Nasce, il bimbo, alla vita e vede (pp. 49-50). Qui però, come altrove, la percezione del magma oscuro che dà origine all’esistenza per poi distruggerla si placa nella conclusione cui il rovello del vivere tende: lasciare che le cose siano. Perché il segreto che ognuno custodisce in sé è il desiderio di restare comunque nel mondo, anche nella bruttezza delle città, nella sofferenza della malattia: «Esser vivo, essere, esserci: / solo a questo pensi» (p. 57).

Si direbbe dunque che questo libro, di notevole caratura espressiva, appartenga al genere, oggi assai poco praticato, della poesia filosofica: ma l’ansia di assoluto che vi traspare, la meditazione sul senso e il fine della vita danno luogo non all’astratta sicurezza del sistema classico, che tenta di curare l’inquietudine umana con la ragione, ma a un susseguirsi di non pacificate constatazioni, e di interrogativi che trovano nella forma poetica la sola possibile risposta. Avvertiamo la genesi umana ed emotiva dei testi, la tensione e gli umori che inaspriscono il linguaggio, lo portano a un limite estremo di spasmi e dolorose contratture. Il poeta si aggira in un nulla ontologico e patito, irrequieto, percorso da stridori di suoni, fino ad approdare in una melma ultima dove le vite nascono e sprofondano. Frane di materia indistinta, fiati, fuoco, barbagli. Un cielo «ferrigno, rabido, cupo» preme sulla calotta della mente: il pensiero diviene sgomento, angoscia. Vana è allora la pretesa umana di dare ordine al caos: la lingua stessa rinuncia alle campiture ben articolate del procedere, alla decisionalità del punto che mette fine al ragionare e conclude il testo. Ricorrono con significativa frequenza parole nelle quali i sostantivi, come sospinti anch’essi dal moto delle cose, si animano e sprofondano nel verbo («s’infima«, «s’intana», «s’incavedia», «t’immoti», «s’impollinano», «s’inventrano», ecc.). Eppure la vita ha una sua forza ostinata, vuole essere, ed è vano opporsi a quella che Schopenhauer chiamava «volontà» insita in ogni forma di esistenza: «Ma sempre / un’ansia ti riprende / di esserci, di essere / qui, nell’imperfetto / dove». Forse il congedo può essere beato, docile, come quello della foglia che scende lenta e luminosa da un cielo sovrano (pp. 101-102). O può essere un rapido volo come quello del «Tuffatore» con cui il libro si conclude: l’immagine sospesa fra aria, terra, acqua, presente nei dipinti funerari etruschi di Tarquinia e di Paestum richiama qui la condizione della nostra appartenenza allo spazio anfibio, metafisico, del dubbio.

                   

 Maria Clelia Cardona

 

 

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