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Tiziano Broggiato, Antologia poetica

January 2, 2018

Tiziano Broggiato

Da Vista dall’alto

(Poesie scelte 1983 – 2016)

 

 

da Piani alti ( 1983 )

 

 

*

 

 

Mai rivolta al vento d’inverno, ai lapilli

e alle paure di presenze appena accennate

o intraviste, osserva ora come la tela

dei canali più fitta e fonda si intrica

nei tuoi picchi senza bussola, fronte.

 

E senti il vago gelo, le dissonanze

che transitano nelle aule seppellendo

il fuoco vitreo dell’ascesa quando percepisci

la fuga dell’attimo, che non è presente,

tra passato e futuro.

 

Perché ti ostini allora a delirare per traballanti

fessure aperte dal tuo stesso male, mentre voci

compagne ti prospettano l’ampiezza del trono

se tu per prima ti rivolti al più innocente

                                                                  inganno?

 

 

 

 

Memoria di Ulisse

 

 

Il malessere dei cani

                                      strappati

alla palpebra dai passi

                                          fuori

la sfida che colse impreparati

i filati

            celati nell’intrico di mense

i latrati

               al magro ronzare

sulla soglia

                     il naufrago ingannatore

indagatore...

Sorrisi, ovazioni

                               fittizie

Le attese dei cani...   

 

 

 

 

*

 

 

Il desiderio di apparire

                                         più che restare

davanti al campanello la frase  

già udita immaginata gridare

da dentro il silenzio

                                    o l’ora

pomeridiana smentisce.

 

Purché, inatteso

privo di preliminari quindi

buffo con la stecca di Muratti

in mano il dono

                             ( l’indizio )

coltivato prevalere

                                   non sia.

 

 

 

 

da Il copiatore di foglie ( 1998 )

 

 

 

 

Mater ultima

 

 

Con tutto quel vento

                                        fuori

con tutto quel centellinare

furti e avvenimenti

di breve galassia rossomaggiore

fammi almeno stendere

                                             alla fine

su un gran fuoco d’ossa

in un abominevole braciere di ciclope

affinché possa accomiatarmi poi

disperso in mille arie o

in un guizzo di corrente

sopra quanta più terra possibile

                                                            mio Dio.

 

 

 

 

 

 

I cieli di Milano

 

 

I

 

 

E’ stato oltre il finestrino

al di là dell’algida linea dei campi

che a ognuno è stato assegnato

un gesso e un pezzo di corda

affinchè potesse distinguere

col segno prescelto

il portone più alto di Atlantide.

 

 

 

 

II

 

 

Prima era il buio

in cui ci si raccoglie

a ingigantire i colpi

ad averne paura.

 

Poi

        l’ago rilasciato

dal bianco delle pietre

dal blu delle cupole

entrato subito nel ventre

a diffondere il suo richiamo

come caldo male deflagrato

come cielo chiuso

sotto la mia mano.

 

 

 

 

III

 

 

“ Asia “ diceva il cartello

ed era la stessa invisibile presenza

lo stesso nome rimasto in gola

di quando

                    mai vista

ne avevo avvertito ugualmente

le prime mura rosse e il respiro

immobile dei suoi testimoni

in quel tragitto oblliquo in cui

anche il rovescio di una parola

( Parla al fiume. Raccontagli di te. )

nutriva i miei immancabili

presagi domenicali.

 

 

 

 

IV

 

 

Piccolo padre. Solafonte.

Parabole che da sole hanno consentito

Il mutarsi di un battito

nella prima vertigine dietro

le sbarre.

Allora, racchiuso nell’unico pasto

nel necessario scatto della mandibola

ho mancato anch’io di un niente

quel labbro capace

le poche suyanae rimaste per sempre:

Marco in via Settala

Roberto in via Boccaccio

Milo in viale Majno

                                     Talvolta

Pino alla Nazionale.

 

 

 

 

V

 

 

C’è ancora una diga

un esame di sputi

che la memoria stenta a riordinare

in mappe e date di un evento privato..

Ma

        se il deserto di un movimento

è già passato non appena l’hai visto

la mia voce rimane fedele

alla percezione di Paul Klee nel suo

diario terzo.:

qui inizia Francoforte

e l’odore di Parigi

lo stesso intrico di sirene e roghi

che sfonda le vesciche di Bruxelles.

 

Netti fili di rasoio

                                 adesso

e una radio malese che diffonde lamenti

di piccole dita.

 

Eppure, sotto questa terra troppo profonda

non ho mai contato tanti alberi del sale.

 

Eppure, ho visto qui più cieli in dieci giorni

che non negli altri quattordicimilaseicento altrove.

 

 

 

 

 

Casa latina

 

 

In realtà questa luce d’ottobre

non è mai esistita; nessuno

ha bussato al nostro vetro per

invitarci al rito dell’acqua.

- Qualcosa potrà scaturire – promette.

Per sei ore trascorse a Milano

a forzare la giovane luna

nel suo angolo in ombra intenta

a divorarne i freschi contorni

i passi del ritorno.

Nello sforzo recide i percorsi

si lascia raggiungere dal mio liquido.

- Attraversiamo la statua riusciremo

a toccarci – propone con un filo

di voce dietro la sirena del venti.

Al di là della tenda il paesaggio

scorre sicuro su una direttiva

prestabilita.

Come un dito alzato e come dire

- E’ tutto. E ognuno –

Eppure ostinata lei non scorge

Il passaggio il riverbero sulla

parete dell’unica luce.

Nelle fratture di questa terra mobile

non distingue ancora mentre avviene

il connubio delle chiavi

la reale provenienza del suono.

 

 

 

 

*

 

 

Mi dicesti che l’avrei capita

nell’età della saggezza

la certa frase.

 

Ma ora

davanti alla tua lapide

ti posso dire che nemmeno dopo

tanti compleanni

sono diventato un po’ più saggio.

 

Che non ci credo ancora

che la speranza è solo

 l’anestesia della mente.

 

 

 

 

                                                       da Parca lux ( 2001 )

 

 

 

*

 

 

È lo stesso tempo in bilico

di allarmi e preghiere

che privò altri padri

della necessaria purificazione

quello che adesso ci coglie

con la supplica negli occhi

affinché anche in queste albe

sempre più tardive

la dissolvenza della profezia

non sia così imminente.

Allora le pattinatrici jugoslave

scendevano la Drina gelata

per immolarsi

nel nome breve dei vivi

sulle grate di un fiume

dai fianchi per sempre straziati.

Ora

l’estrema contesa dei loro figli

su chi per primo li designò

persecutori o martiri

nella medesima rosa

è solo un mormorio soffocato

oltre una porta ben chiusa.

«Nessuno vedrà per due volte

la luce dell’angelo».

«Nessun superstite rimarrà

dopo il ritiro delle acque».

 

 

 

 

Centro di salute mentale

 

 

Li vedo dalla mia finestra

nel giardinetto sottostante

seduti in cerchio come

in un consiglio di capi indiani

dove nessuno parla oppure

sono le volute di fumo

dei loro calumet

a comunicare

lo stato di ognuno.

Qui

al sicuro del fortino

dietro le attente guardie di confine

non smette un giorno di pulsarmi

nelle tempie il doloroso allarme

del colpo ricevuto di striscio.

 

 

 

 

Breve diario dalla terra riemersa

 

 

Un vento di troppe foglie

infiltra all’interno dell’auto

un odore acuto di cenere e neve.

È strana Brooklyn alle sei del mattino

con questo intenso mulinare

di manine tronche che permette

di intuire appena i suoi bastioni

la grossa gobba di animale

acquattato nel semibuio e aizzato

dai lucori dei precoci risvegli.

Dall’ultimo viale di alberi neri

ormai al sicuro verso Long Island

non avverto più i suoi gorgoglii

l’aspro alito delle sue viscere

e gli sterminati vapori

che ne preludono il necessario

inabissamento.

Qui

dove i bassi palmeti

sono flessi dal rinforzo del vento

e il fragore delle onde ritma

il respiro mi rinviene chiaro

il monito dell’Arcangelo sull’estrema

cresta di Atlantide: «Questa terra

che nasconde ciò che si prese

nel castigo del buio perenne

riemergerà un’unica volta

 

 

 

 

*

 

L’uccello marino

che sul tetto della cappella

sfida impavido l’arrivo della tempesta

per poi fuggire goffamente

al solo suono di una voce

è l’esatto mio opposto

penso

che giro col sorriso

e un’ascia pronta

dietro le spalle.

 

 

 

 

                                                           da Anticipo della notte ( 2006 )

 

 

*

 

 

Succede

                  a volte

che dopo aver bussato inutilmente

a tante porte

all’improvviso una

                                   la più ambita

si apra a una tua sola lieve pressione.

 

Allora ti prende come un’euforia di onnipotenza

che tutto stempera e dissolve

nella sua scia propizia.

 

E se infine esci e guardi il cielo

scopri anch’esso sterminato e bello

come mai prima di stanotte.

 

 

 

 

Verso cima Dodici

 

 

Un avamposto di pietre immote

un paese sospeso

                                  diresti

se non fosse per un camino che sparge

il suo fumo acre fino a terra.

E poi La lancia conficcata

a un lato della stradina:

la bambina accucciata che gioca

con l’acqua di una pozzanghera.

Sporca e bellissima

                                    lei si ferma

e mi fissa

                   facendomi sentire di colpo

come un empio sorpreso a violare

con il suo arroganre stupore

lo stigma germinante

                                        dell’innocenza.

 

 

 

 

 

*

 

 

Risalirai le scale

                              tra poco

cadenzando il passo

e indugiando più del dovuto

con la chiave nella toppa.

 

Entrerai in casa salutando forte

così da coprire con la voce

il rapido clic della cornetta sul telefono

e il tuo latente bisogno di espiare.

 

 

 

 

da Città alla fine del mondo ( 2013 )

 

 

 

*

 

 

Eh si che contano gli incoraggiamenti,

la versione addolcita delle cose

nello scatto decisivo,

quando si giunge al punto in cui

si è costretti a scegliere

tra sublimazione e abbandono.

 

( rinvenivo sul terzo assoluto,

ne rilevavo, a quel punto distintamente,

il balzo rallentato dei muscoli della schiena,

ma anche per me, ormai,

si trattava di una questione di istanti:

lo schianto, la deflagrazione definitiva.

 

Eppure

c’era quella voce a incitarmi,

lì, a dirmi – Puoi farcela. Vedi

c’è ancora un’ora di luce...

 

 

 

 

Dicembre

 

 

Mugola, dentro la nebbia,

l’arcangelo che mi accompagna.

 

Si va verso il freddo, insieme,

con una grande stanchezza.

 

Ma un suono di monete, in tasca,

ci ricorda di camminare in fretta.

 

 

 

 

*

 

 

La ragazza sfortunata che nell’autobus

tenta di parlare al conducente

emettendo solo acuti stridii

mi fa pensare a un grosso uccello migratore

che accavalla le parole

per la gioia del ritorno.

 

Ma lo sguardo indispettito

e poi pietoso del suo interlocutore,

non le provocherà nostalgia

per il paese straniero appena lasciato?

 

Così che in nessuno dei due luoghi

riconoscerà più la sua casa.

 

 

 

 

Patagonia

 

 

Avrei voluto raggiungere

la terra eletta dei predoni

coprendo distanze assolute,

forare a gran colpi d’ala

quel cielo eburneo che prometteva

di calare di colpo sulla città

alla fine del mondo, lambirne

il ghiaccio incurante di non

avere nemmeno la certezza

di poter fare ritorno.

 

Ma in quella luce schierata di ottobre

ci separammo nella discesa

imboccando vie opposte,

percorrendo margini imprevisti.

 

Poi, foriero di risvegliate angosce,

anche il mugolio del vento

dilagò nelle camere mantenendoci

a una distanza costante,

nell’identica oscurità di ovunque:

come la fuori, mio inizio e termine

di una pianura senza riferimento.

 

 

 

 

 

da Preparazione alla pioggia ( 2015 )

 

 

 

*

 

 

Mai amato la primavera

per via dei precoci risvegli,

della sua luce eccessiva

e per il frastuono provocato

dal ritorno degli uccelli.

Meglio le altre stagioni,

più risolute, dai confini precisi.

Meglio loro che non illudono

promettendo lunghi giorni

privi di ombra e distanze colmabili

in un istante.

Non ho mai amato né amerò

la primavera, il suo ineluttabile

destino doloso.

 

 

 

 

*

 

 

Provavo la sensazione di galleggiare,

di fluttuare nella stanza

senza che nessuno dei presenti

si accorgesse di me.

Nessuno che alzasse lo sguardo,

che mi afferrasse per riportarmi

a terra.

Mi sentivo perduto ma felice

e consapevole, sicuro

di aver già vissuto

in quella sorta di apnea.

Dalla finestra vedevo il mare:

lento, provato (un militare

di ritorno da una campagna

né persa né vinta).

Un mare coetaneo, in fondo,

e come me disilluso

 

 

 

 

Preparazione alla pioggia

 

 

Dal portone, improvvisa come una folata,

l’eco di una donna che ride.

Poi rumore di vetri, la luce

che pian piano va via.

Scorre lento il sangue dopo l’incontro.

Cerca consolazione nel silenzio,

in quella vaga insonnia che presto

diventerà definitiva.

Il cielo ora sembra una rete di suole nere.

C’è appena il tempo per convincersi che nessuna

consolazione è abbastanza grande

da soddisfare tutti.

Prepariamoci alla pioggia.

 

 

 

 

*

 

 

Ho desiderato andarmene da qui,

di disperdere nel mio tempo concesso

questa arsura che non lascia.

Ognuno appartiene a qualcuno, pensi.

Per me è lo stesso che percorrere

un viale fiancheggiato da alte picche affilate

che non lasciano trapelare nemmeno

il tepore dei vicini e assolati campi di papavero.

Mi rigiro nel sonno paventando gli ineluttabili,

lucidi scricchiolii nel mio assetto:

un’ombra azzurrina sul dorso delle mani,

un labbro ritmicamente tremulo...

Eppure la grotta è lì,

ad un attraversamento.

Nel suo fondo custodisco le mie irripetibili,

migliori stagioni (pur se ancora non so

se un giorno mi si potranno perfino

rivoltare contro).

 

 

Tiziano Broggiato è nato nel 1953 a Vicenza, dove tuttora risiede.

Ha esordito in poesia con Piani alti,  Ed. Di Salvo imprevisti, Firenze, 1983  a cui sono seguite le raccolte Il copiatore di foglie,  I quaderni del battello ebbro, Porretta terme, 1998, Parca lux, Marsilio, Venezia, 2001, Anticipo della not

 

te, Marietti, Milano, 2006 , Dieci poesie,  Nuovo almanacco dello Specchio n°3, Mondadori, Milano, 2007, Città alla fine del mondo,  Jaca book, Milano, 2013 e Preparazione alla pioggia, Italic Pequod, Ancona, 2015. . Ha curato le antologie: Canti dall’universo – Dodici poeti italiani degli anni ottanta, Marcos y Marcos, Milano, 1988 e Lune gemelle, Palomar, Bari, 1998.

Gli sono stati assegnati, tra gli altri, i premi: Montale, Unione lettori italiani, Sandro Penna, Città di Como.

E’ inoltre sua la curatela del volume Le città dell’anima – I luoghi dei poeti, Pellegrini ed., 2017.

Le sue poesie sono state tradotte, per riviste, antologie o in volumi autonomi, in una decina di lingue.

 

 

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