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Chiara Olivero, Tutte le distanze, puntoacapo Ed. 2020

Chiara Olivero è al suo secondo libro:

) Distanze da misurare, tutte: un’enciclopedia, dunque, a riguardo di un tema antico e sempre nuovo. Chiara lo ricorda ponendo in esergo una poesia di Margherita Guidacci, dal titolo (omesso) molto significativo: All'ipotetico lettore. Per misurarle, le distanze, ci vogliono due presenze: un soggetto (un “Io” misurante) e un oggetto misurabile e misurando, l’Oggetto Amato, l’Altro. Distanze da calcolare e valutare con lo strumento di misurazione della poesia lirica, genere letterario caratterizzato da una serie di stilemi ben noti e ottimamente adoperati da Chiara che ha coltivato e aperto al pubblico questo suo giardino cartaceo, con i suoi quaranta fiori. Il genoma di questi fiori, ossia “il cuore del cuore” della poesia di Chiara Olivero, già fu individuato da Alessandra Paganardi nella Prefazione a questo secondo libro della poetessa casalese: è il contrappunto, “è la voce costituita da due tonalità armonicamente congiunte: quella infantile e quella matura: l’una, acuta e sorgiva, l’altra, meditata e grave”; sicché, “in un dettato fluido e lineare, sorgono chiose e soprattutto chiuse che fanno posto al pensiero e a metafore originali”, si alternano elegia a riflessione, “in un’opera che non somiglia a una progressione lineare verso l’adultità, ma alla vita stessa, con le sue fatiche, le sue imprevedibilità e i suoi ritorni”.

Sono, quelli testé editi da Chiara, fiori cartacei cresciuti sani e robusti grazie al fertilizzante del Desiderio, (quello “liquido” e quanti altri?). Qualche fiore appartiene alla specie del cupo Ossimoro (ascoltare il silenzio, voce muta; grido silenzioso); altri sono ascrivibili alla delicata specie “Correlativo Oggettivo” com’è questa metropoli – Milano? – della metafisica disperazione: “La disperazione non ha ore / la incontri sulle scale o per le strade / in chiesa o dentro i bar / nelle sale d’attesa, in stazione / sull’ultimo treno del metrò”(XXIX). Chi è attento, noterebbe persino qualche raro petalo di Lessico Espressionistico: due della specie “Cultismo”: “la vita ci roviglia” (voce del verbo “rovigliare”); “petricore” (la sensazione olfattiva che si percepisce al battere della pioggia sulla terra da tempo asciutta); e noterebbe quel petalo lessicale di forma deliziosamente difforme: quel rinascimi davvero camp – che è l'uso deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch (in questo caso, linguistico): il regionale e popolare impiego del verbo di moto con oggetto diretto, sintagma che conferisce efficacia e sinteticità espressiva alla chiusa della poesia Rinascimento: “Rimani, / rinascimi”. Tantissimi sono i fiori generati dalle lussureggianti siepi dell’Analogia Fulminante, della Similitudine Sorgiva, della Metafora Viva (e allora: sguardi-lame, cocci del cuore, parole che camminano, bicchieri di nostalgia). Particolarmente graditi mi sono i fiori prodotti dalla Metafora Estesa, che Chiara sa far crescere con un invidiabile “pollice verde”. Ecco allora situazioni sentimentali significate con formule algebriche (In un futuro anteriore), o presentate secondo il modello e il linguaggio della culinaria (Ricetta); ecco Strade, con i nove versi giocati sulla “viva metafora della ruga-solco come strada lungo la quale incamminarsi”(Paganardi). Una chicca: la stuzzicante poesia XXXVII, Lettera. Qui, con buona pace della Merini che in Lettere “gemmava fiori da ogni stanco ramo”, e “fiorita era tutta”, e pure del Montale meditabondo sulla “banderuola affumicata” che “gira senza pietà”, la nostra casalese poetessa esprime, con forse inconsapevole vena parodica, l’assenza e la distanza e quanto esse implicano nell’ambito del sentire (incertezza, apatia, discordanza, rammarico) e del meditare (“pensieri delicati”), collegandoli a due quotidianissimi gesti: caricare la lavatrice, stendere i panni. Si legga: “Ritrovare una tua T-shirt / e non essere sicura di niente. /Vacillare / incidere nella pelle / l’odore del tempo. / Delicati, 40 gradi / i pensieri nel cestello della lavatrice. / La centrifuga non ha pietà, / oggi compi 50 anni. / Così l’apatia dei giorni, dei mesi / a cercare l’accordo, / scolorito il ricordo. / Ti scrivo queste poche righe / mentre stendo i panni. / Il cielo cambiava colore / ed io non sapevo amarti”. È la poetica dell’ attenuare, quella di Gozzano e di Saba, ben aggiornata da una giovane poetessa che vive e lavora nella Milano del Secondo Millennio.

Resta da dire qualcosa su altri indispensabili fertilizzanti: Ritmo e Armonia. Chiara si appella all’autorità di un altro testo collocato in esergo, una prosa di Virginia Woolf, dal titolo (estremamente rivelatore, e da Chiara omesso tuttavia): Lettera a un giovane poeta. Si legga: “poi lascia che il tuo senso del ritmo s’insinui tutto intorno agli uomini e alle donne, agli autobus e ai passeri, qualunque cosa tu veda per strada, finché riuscirai a legarli tutti in un insieme armonico”. Melodia, ritmo, armonia accompagnano le quaranta liriche del libro. Una musica non monocorde, anzi. Ecco un esempio di melodia lieta e cantabile: “Solleva le gonne il vento / s’innalza in volo un canto / s’arresta la chimera / rincorsa fino a sera” (poesia decima). Ecco invece un mirabile esempio di armonia discorde, in versi nei quali una serie di allitterazioni consonantiche aspre e stridenti, che quasi faticano a unirsi (-rt; -st-: -sk-), seguono assonanze “dolci” in -m o -n + vocale; fino all’ultimo verso costituito da un’unica parola sdrucciola (“rinàscimi”): un significante che reduplica il significato, quell’espandersi, quasi all’infinito, del Desiderio (XVII Rinascimento. “… i sensi allertati / nell’attesa dei gesti / un disegno di linee scomposte, le mani / le rime che non scriverò. / Rimani, / rinascimi”). Altre volte il ritmo è un significante che cozza col significato, come qui: “In un batter di ciglia / la vita ci smeriglia / ne asciuga / gli aggettivi / somiglia a un pianto / senza lacrime” (XXVII), dove le rime e le assonanze in - aglia, - oglio, - iglia creano un ritmo cantilenante, come di nenia, come di ninna nanna, che stempera i duri, desolati asserti gnomici; forse perché così, per dirla col Petrarca, “ cantando il duol si disacerba”.

È anche “l’istinto del ritmo”, il magico accordare elementi diversi in legami non impropri, che suscitano catene di senso e producono tante domande e qualche risposta. Le risposte, forse, della poesia. Quelle che, forse, confermano il desiderio umilmente espresso da un umile cantautore, quel Diego Mancino citato, dopo tante e tali auctoritates (Guidacci, Woolf), con due versicoli, il ritornello della canzone che porta lo stesso titolo del libro di Chiara: Tutte le distanze / piccole saranno. E così è, così sarà. Grazie alla poesia, appunto.


Vincenzo Moretti

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